Archivio per dicembre, 2008

La crisi domina ormai ogni momento informativo al quale assistiamo e a grandi passi informa sempre più le abitudini, i consumi e le giornate di una buona parte delle persone. E’ chiaro che ciò che stiamo vivendo è qualcosa di veramente grosso ed epocale, non misurabile con gli strumenti dati, non calcolabile dai guru in doppiopetto che si affannano a partecipare alle trasmissioni televisive e popolano le colonne dei giornali. I paragoni si sprecano ma la realtà è ben altra rispetto ai riferimenti passati e già superati. Non siamo nel 29’, lo sappiamo bene, ed in crisi non è solo questo sistema finanziario. La crisi è sparsa su tutti i campi dell’organizzazione economica e politica del sistema-mondo. Essa è la prima vera crisi globale perché nessuno ne è escluso e tutti i paesi in un modo o nell’altro ne sono coinvolti. Ad essere in crisi è quindi un sistema intero non solo quello produttivo, sul quale pur si reggono tutte le altre componenti che concorrono a formare la sfera del capitalismo odierno. Ogni parte del sistema è a suo modo in crisi ed è al contempo causa della stessa: la crisi è alimentare, energetica, sociale ed infine politica. E’ crisi totale insomma, nella misura in cui l’insieme dei campi dati compone un solo evento. L’organizzazione produttiva odierna si basa sui principi per cui sta ora esplodendo. Quello che non ci viene mai spiegato fino in fondo è come questo “sistema del disastro” sia soggetto prima o poi ad affrontare il suo azzeramento per ripartire e ricostruirsi. Il paragone più giusto non è quello di un esplosione, che ne significherebbe la frantumazione e l’annientamento magari per cause esterne, il paragone più giusto è l’implosione, intesa come auto-esplosione, al suo interno, dovuta a sè medesimo.

Sono molte le analisi che circolano sul momento, ma tutte sono dirette e influenzate a infondere fiducia, a fornire strumenti “tampone” che permettano di mantenere lo stesso li livello di vita e di consumi, sollievi temporanei per permettere alla macchina di funzionare. Ma siamo sicuri che sia proprio così, che basti qualche piccola aggiustatina ben assestata? Che basti tenere duro per superare la fase che stiamo attraversando? Che serva buon umore e fiducia per superare la crisi? E siamo così sicuri di essere tutti sulla stessa barca e che quindi dobbiamo tutti insieme collaborare perché “l’unità fa la forza”? Beh, chi lo crede è veramente ingenuo e facendo due conti, se le cose continuano così, di ingenui in giro ce ne saranno sempre di meno.

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MANIFESTAZIONE PIAZZA VITTORIO ORE 9.00-

L’aveva chiesto il movimento dell’Onda con striscioni espliciti nelle ultime manifestazioni locali e nazionali. Ma l’avevano chiesto anche molti lavoratori e delegati di base dei singoli comparti del mondo del lavoro, al sindacalismo di base e alla Cgil. Così dopo i tentennamenti della seconda, i sindacati di lotta, forti della riuscita dello scorso 17 ottobre , hanno indetto lo sciopero, seguiti poi dalla Cgil. Così nasce lo sciopero generale, uno sciopero contro la crisi, contro il governo Berlusconi e le sue politiche. Sono molteplici le ragioni per fare dello sciopero generale un momento di lotta generalizzata, non classificabile e non contenibile all’interno di paletti e parole d’ordine. Nasce dalla spinta dell’Onda e si sviluppa come momento necessario di contrapposizione alla crisi e a chi la genera e l’alimenta. In Piemonte è drammaticamente attuale la situazione in cui sta sprofondando il tessuto produttivo, se a giugno le fabbriche in cassaintegrazione erano 50, a gennaio saranno 500, andando a “far male” ai lavoratori e alle lavoratrici. Il nesso delle istanze sociali e il mondo sindacale è la risposta alla crisi, chi vi si schiera frontalmente per affrontarla, rifiutando di pagarne i costi e alimentando forme di resistenza sociale tutte da inventare, e chi come la Cgil deve capire a cosa si vuole ancora opporre, da che parte stare in maniera chiara. Allo sciopero ci arriva sulla spinta convinta della Fiom, che probabilmente non si accontenterà di questa data per incrociare le braccia perché davanti ha una situazione drammatica, ma quasi certamente per tornare a ricoprire quel ruolo che Berlusconi e Mercegaglia gli stanno togliendo nelle trattative.

Alla prova dei fatti sarà messo anche il mondo della scuola, per tenere alta l’attenzione e la partecipazione in un percorso che inevitabilmente attraversa un momento di calo.
Lo sciopero non sarà però il momento di bilancio delle lotte né tantomeno dei percorsi sociali di resistenza alla crisi, ne sarà un momento, importante ma come tanti altri che verranno nei prossimi mesi. Torino darà il suo contributo in uno dei momenti cruciali della sua storia metropolitana, dove le prossime trasformazioni urbane e sociali saranno fondamentali per ridare un volto alla oramai ex Detroit italiana e le forze in campo ne determineranno i versi e i tempi.

Lo sciopero sarà attraversato e ricongiunto alle parole d’ordine delle istanze sociali che lo comporranno con l’aggregazione dello “Spezzone Sociale”, il blocco che racchiuderà studenti, migranti, lavoratori e centri sociali riuniti dalla parole d’ordine della resistenza alla crisi e dallo slogan “Chi paga la crisi?Noi No!”

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lo sciopero nelle fabbriche torinesi - da Infoaut

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