Archivio per settembre, 2010

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Dopo le contestazioni a Bonanni di mercoledì scorso presso la festa del partito democratico, una delegazione di precari, lavoratori e studenti protagonisti della giornata si è recata presso i cancelli 2 e 20 di Mirafiori per sentire la viva voce degli operai su quanto accaduto due giorni prima.

Dalle interviste emerge una sostaziale differenza rispetto alle voci (imposte) da vertici sindacali politici e di partito attraverso i media maistream.

Ampia la solidarietà espressa da chi la fabbrica la vive dall’interno ogni giorno soprattutto verso il merito della contestazione.

Forte anche il messaggio lanciato al  “leader” sindacale: “Bonanni non è uno di noi” che esplicita la voragine creatasi tra i vertici sindacali e la base operaia.

Dopo il blaterare incessante dei giorni successivi  (da parte dei diversi veritci) le vive voci e la testimonianza diretta dei lavoratori esprimono chiaramente la legittima rabbia e preoccupazione verso le ristrutturazione padronale del lavoro:

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[comunicato compagne del collettivo universitario autonomo]

Dopo le innumerevoli dichiarazioni apparse sui giornali in seguito alla contestazione di Bonanni, prendiamo anche noi parola.
Siamo donne e militanti del Collettivo Universitario Autonomo, compagne di Rubina.
Non abbiamo potuto fare a meno di notare l’interesse pruriginoso con cui i media stanno trattando l’argomento, poiché sembrerebbe che a lanciare il fumogeno sia stata una ragazza, fatto ancora più sorprendente, figlia di un magistrato.
Non possiamo non leggere dietro quelle valanghe di parole sulla sua vita privata un interesse morboso ed un mal celato maschilismo.
Oggi apprendiamo che il “paterno” Bonanni vorrebbe parlare con la nostra compagna per consigliarle di non farsi mal influenzare da presunti “cattivi maestri”.
Rigettando ogni personalismo, rispondiamo collettivamente che questo è un insulto alla nostra intelligenza, che non abbiamo niente da dire a chi pretende di spiegare a noi, studentesse, lavoratrici e precarie, cosa sia il lavoro, facendoci la lezione da una posizione di potere e privilegio costruita svendendo diritti e garanzie di tutti/e.
Non c’interessa alcun confronto con chi quotidianamente si adopera per negarci ogni possibilità di futuro dignitosa.
Quello che avevamo da dire, lo abbiamo già detto mercoledì.
Piuttosto consigliamo a Bonanni di presentarsi ai cancelli di Mirafiori e di chiedere agli operai cosa pensano della contestazione.
Noi oggi l’abbiamo fatto. Le risposte sono state interessanti….

Le compagne del collettivo universitario autonomo

Torino, 10 settembre 2010

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Giuliano Santoro- Carta [9 Settembre 2010]

Antidemocratici

Rimaniamo solo agli ultimi giorni.
Il presidente del consiglio cerca di scassinare la Costituzione e di portare a compimento la distruzione del liberalissimo principio della divisione dei poteri affermando che il presidente di uno dei due rami del parlamento deve rispondere a lui; una deputata della maggioranza denuncia la diffusione della prostituzione elettorale; il segretario del maggior partito di opposizione dice che la politica è ormai «una fogna»; l’associazione di categoria degli industriali rivendica lo smantellamento unilaterale del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici; il sindaco di Roma e il ministro dell’interno chiedono che anche in Italia comincino le deportazioni per i migranti; la poltrona del ministero dello sviluppo è vuota nonostante quel dicastero debba gestire più di 170 tavoli di crisi aziendale [e sono solo alle aziende con più di 150 dipendenti]; il presidente del Consiglio di Stato – organo supremo della giustizia amministrativa – compare nelle liste della cricca di Anemone; un sindaco del salernitano viene freddato vicino casa sua, pare che avesse denunciato connivenze tra forze dell’ordine e criminalità.
Secondo la quasi unanime voce degli editorialisti e dei politici, l’attacco alla democrazia arriva dai contestatori della festa del Pd di Torino, colpevoli di aver rumorosamente criticato il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Secondo i suscettibili commentatori, gli unici a dover rispettare il savoir faire istituzionale devono essere quelli che hanno sempre scelto di metterci la faccia [e a volte la fedina penale] per esprimere critiche alla luce del sole. Più che mettere sul piatto il disco rotto dei «provocatori che fanno il gioco degli avversari», quelli del Pd dovrebbero riflettere sui successi dell’arena della loro festa nazionale, che ha ospitato ovazioni per chiunque si presentasse a correggere la linea del partito [Di Pietro e Vendola] e fischi per gli «interlocutori» istituzionali e sindacali [Schifani e Bonanni]. In alternativa, si potrebbe proporre l’istituzione della comoda e rassicurante «tessera del manifestante», che, dopo il successo di quella del tifoso, potrebbe portare a riempire le piazze con civilissimi e silenziosi contestatori di cartapesta muniti di deodoranti alle violette in luogo di fumogeni.
Si può ovviamente valutare l’opportunità di protestare. E altra cosa è discutere le forme e l’efficacia di un gesto piuttosto che un altro. Ma chi dice che fischiare in una piazza – o sventolare un’agenda rossa o cantare Bella ciao – equivale a essere violenti è un irresponsabile. Gridare alla guerra civile e alla democrazia in pericolo di fronte a un fumogeno significa indicare implicitamente la strada della clandestinità e del gesto individuale ai giovani precari e ai naufraghi della rappresentanza in cerca di uno spazio pubblico in cui far valere le proprie idee e uscire dalla solitudine.
Nell’Inghilterra che faceva scuola ai tempi della chicchissima «terza via», nessun giornale si inalbera quando l’ex primo ministro Tony Blair è costretto a rinunciare alle presentazioni del suo libro di memorie per timore di sacrosante contestazioni. Ma si sa, nell’era di Marchionne bloccare la catena di montaggio è compiere un gesto di sabotaggio alla produzione che vale il licenziamento in tronco. E fischiare un politico o un sindacalista è minacciare il libero confronto democratico.

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[da infoaut/torino]

Campetti, Vendola (Chiamparino) e altri quaqquaraqqquà.

“Questi rapporti pietrificati vanno fatti ballare cantando loro la loro propria melodia!”
(Karl Marx)

Una retorica abusata ci racconta quotidianamente che la lotta di classe sarebbe un fatto archiviato, congelato nelle pieghe di una storia terribilis (quella del Novecento) da seppellire insieme alla forza d’urto che si portava dietro.
I fatti ci raccontano invece che da qualche decennio a questa parte è in atto una continua, intensissima e capillare lotta di classe condotta da parte padronale contro l’odierna composizione proletaria. Perché la lotta di classe la fanno anche i padroni, in questi anni la fanno soprattutto i padroni.
Su questo, siamo certi, converrà anche Campetti, e sicuramente anche Vendola, dopo il suo bagno di folla torinese (alla Fiom prima, dal Pd dopo) capace, col raffinato eloquio che lo contraddistingue, di fare la genealogia delle retoriche della globalizzazione e l’incapacità della sinistra di parlare al suo “popolo”.
Campetti col suo brutto editoriale di oggi e Vendola con le sue mefitiche parole sul confronto che deve essere aspro “ma raffinato” (le solite buone maniere di chi di politica ci vuole vivere) non disdegnano talvolta di utilizzare il termine “conflitto”, declinato come valore e aspetto importante del fare politica. E allora intendiamoci, sulle parole, sul loro significato, sulle pratiche che s’intendono mettere in campo, sulle consequenzialità che dovrebbe esserci tra chiacchiere e fatti.
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Contestare qualcuno è legittimo, alla festa del Pd come in qualsiasi altro luogo. Se poi la festa si tiene in una piazza, libera e di tutti, lo è ancora di più.

Se quel qualcuno è Bonanni, è giusto persino di impedirgli di parlare. Le prese di posizione che trovano spazio sui giornali e sui tg di ieri e oggi lasciano alquanto dubbiosi per le categorie che si utilizzano (attacco violento, squadrista, ritorno agli anni di piombo) e per le soluzioni (isoliamo i violenti, abbassiamo i toni). Non appena accade un fatto si apre il circo della politica, quello che foraggia i Bonanni e i Letta, quello dei salotti televisivi, quello del volemose bene.

Bonanni è il responsabile di quanto sta avvenendo nel nostro paese con la Fiat e più in generale nel mondo del lavoro. E’ la sponda certa per Confindustria e Governo su qualsiasi argomento. Il sindacato che rappresenta si permette di estromettere un altro sindacato dalla contrattazione e dalla rappresentanza nonostante abbia più iscritti del suo. Quelli come Bonanni sono tra i tanti responsabili delle condizioni di vita e di lavoro che vive la gente, rappresentando gli interessi di chi non ne ha bisogno a discapito di chi lavora.

Togliere la parola a qualcuno non è una cosa così fuori dal mondo, del resto a quanti è tolta parola (e dignità) tutti i giorni per le scelte dei vari Bonanni? I senza voce sono quelli (metalmeccanici o meno) che possono solo subire una vita di ricatti, che gente come “il nostro”, avvallano e perpetrano,. Zittirlo è legittimo punto e basta.

Ora sui motivi della contestazione non entriamo neanche nel merito parchè sono così tanti e chiari che ci sembra di offendere chi legge. Sui modi possiamo spendere qualche parola perché chiamati in causa più volte e nelle maniere più fantasiose. I centri sociali non sono un’entità fuori dal mondo, estromessa dalla quotidianità, con soldati pronti a combattere la prossima battaglia. Sono luoghi dove trovano spazio tutti, lavoratori, studenti o disoccupati che siano, e in quello spazio, non solo fisico, si confrontano ed esprimono le tensioni di questa società. A differenza dei partiti, i collettivi e le soggettività che trovano spazio nei centri sociali intendono la democrazia come una pratica di partecipazione diretta, senza mediatori, senza rappresentanze. I “democratici”intendono la democrazia come un insieme di regole e norme alle quali far sottostare i governati, estromettendosene ed elevandosi a rappresentanti di tutto e tutti. La politica per noi non è un posto di lavoro, non è una carriera alla cui aspirare, è un mezzo per mettere in pratica i bisogni collettivi che questo sistema nega con tutti i mezzi che ha disposizione. Così è normale che vadano anche i centri sociali a contestare Bonanni, perché essi sono la voce di quanti non ce l’hanno, e a differenza dei partiti, senza voler rappresentare nessuno, mettono in pratica quello che molti lavoratori avrebbero voluto fare ma che non possono fare, limitandosi a insultare Bonanni davanti alla televisione.

Altro che abbassare i toni, qui i toni sono da accendere al massimo volume! E’ semplice per politici, opinionisti e sindacalisti patinati fare i discorsi che abbiamo letto sui giornali che richiamano al confronto , alla pacatezza, a tante belle parole. Ci dicono anche che così si rischia di rispolverare la figura del nemico o non quella di semplice avversario. Certo per chi fa parte della stessa cricca è normale che chi schiaccia o collaborare a schiacciare sotto i piedi i tuoi diritti minimi sia solo un avversario, come in una partita a briscola. E se gli devi dire qualcosa, glielo devi dire con gentilezza e abbassando i toni. Per noi non è così, crediamo ancora che esistano le categorie dei nemici, e questo mondo ce lo dimostra giorno dopo giorno, e siccome non partecipiamo a un torneo di carte, ma la partita è la vita di tutti, indichiamo e avversiamo i nemici. Siamo di parte, e lottiamo per una parte sola di questa società: quella che lavora o non lavora, che è sottomessa a chi comanda e chi governa, quella delle fabbriche che chiudono e non sa come arrivare a fine mese. Padroni, proprietari, sindacalisti di mestiere, politici di professione, pennivendoli al soldo dei propri editori sanno far valere le loro ragioni molto bene!

Al resto delle considerazioni non diamo neanche spazio, il ritorno degli anni di piombo, la violenza estrema, lo squadrismo e tante altre parole le lasciamo al vento assieme a quelle tante altre che sentiamo in tv tutti i giorni. Avessimo mai sentito dire a Bersani parole del genere nei confronti degli squadristi veri, dei fascisti in doppiopetto, degli imprenditori delle varie cricche allora potremmo anche prenderle in considerazione.

centro sociale Askatasuna

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