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	<title>csoa Askatasuna &#187; antifascismo</title>
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		<title>Il Csa Murazzi non si ferma!</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 14:52:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel tardo pomeriggio di ieri un manipolo di fascistelli appartenenti a Gioventù Italiana, sezione giovanile del Pdl, ma tutti reduci di sigle quali Fuan ed Azione Studentesca, sono entrati all&#8217;interno dello storico Csa Murazzi, approfittando dell&#8217;assenza dei militanti, impegnati nell&#8217;Infoaut Festival che si sta svolgendo in questi giorni al Parco Ruffini. Questi sordidi individui, scortati [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.csoaskatasuna.org/wp-content/uploads/2011/06/csamurazzi.jpg"><img class="size-full wp-image-1909  alignleft" title="csamurazzi" src="http://www.csoaskatasuna.org/wp-content/uploads/2011/06/csamurazzi.jpg" alt="" width="335" height="500" /></a>Nel tardo pomeriggio di ieri un manipolo di  fascistelli appartenenti a Gioventù Italiana, sezione giovanile del  Pdl, ma tutti reduci di sigle quali Fuan ed Azione Studentesca, sono  entrati all&#8217;interno dello storico Csa Murazzi, approfittando  dell&#8217;assenza dei militanti, impegnati nell&#8217;Infoaut Festival che si  sta  svolgendo in questi giorni al Parco Ruffini.</p>
<p>Questi sordidi  individui, scortati come al solito da un ingente spiegamento delle forze  dell&#8217;ordine, che hanno permesso ed accompagnato l&#8217;azione, hanno forzato  le porte di ingresso del centro sociale, rovinato e rubato attrezzatura  musicale e, infine, vergato scritte sui muri interni inneggianti al  duce e ai &#8220;martiri delle foibe&#8221;.</p>
<p>Lo stile con cui è stata compiuta  l&#8217;azione non fa che confermare la scarsa legittimità di cui godono i  neofascisti nella nostra città: costretti a muoversi sempre nell&#8217;ombra e  scortati dalla polizia, non possono fare altro che approfittare  dell&#8217;impegno dei militanti nell&#8217;organizzazione dell&#8217;Infoaut Festival per  sferrare un ridicolo attacco ad una struttura, come il Csa Murazzi, che  da più di vent&#8217;anni scrive la storia della cultura torinese, con  iniziative sempre all&#8217;avanguardia in campo musicale, sociale e di contro  informazione.</p>
<p>I neofascisti capitanati da Maurizio Marrone,  se  da una parte cercano di indossare la maschera dei democratici entrando  nel Pdl e candidandosi a posizioni istituzionali di vario tipo, sono  così stupidi da calare la maschera in men che non si dica, tradendo la  loro vera identità con scritte quali &#8220;Boia chi molla&#8221;, &#8220;Onore ai martiri  delle foibe&#8221; ed inni al duce conditi da croci celtiche.</p>
<p>Come  compagne e compagni del Csa Murazzi, stamattina siamo rientrati nel  centro sociale e abbiamo tenuto una conferenza stampa, per mostrare  all&#8217;opinione pubblica l&#8217;operato di Marrone e soci.<br />
Non ci faremo  certo intimidire dall&#8217;azione di dieci fascistelli, l&#8217;importante attività  portata avanti dal Csa Murazzi all&#8217;interno della nostra città prosegue,  determinati come e più di prima, a non lasciare nessuno spazio a  razzisti, fascisti (mascherati e non), servi  e sessisti.</p>
<p><em><strong> Csa Murazzi</strong></em></p>
</div>
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		<title>18 maggio 1944: &#8220;gira per la città Dante di Nanni&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 08:30:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[torino]]></category>
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		<description><![CDATA[[da Infoaut.org- Storia di classe] Il 18 maggio ricorre l&#8217;anniversario della morte di una figura storica dell&#8217;antifascismo italiano: quella di Dante Di Nanni, giovane militante dei GAP torinesi, ucciso nel 1944, all&#8217;età di 19 anni, dalle truppe nazifasciste. Figlio di genitori di origine pugliese, fin da giovanissimo comincia a lavorare nelle fabbriche cittadine, proseguendo gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<a href="http://www.infoaut.org/blog/storia-di-classe">da Infoaut.org- Storia di classe</a>] Il 18 maggio ricorre l&#8217;anniversario della  morte di una figura storica dell&#8217;antifascismo italiano: quella di Dante  Di Nanni, giovane m<img class="alignleft" src="http://www.infoaut.org/images/stories/18%20maggio.jpg" alt="18 maggio" width="163" height="200" />ilitante dei GAP torinesi, ucciso nel 1944, all&#8217;età di 19 anni, dalle truppe nazifasciste.</p>
<div>Figlio  di genitori di origine pugliese, fin da giovanissimo comincia a  lavorare nelle fabbriche cittadine, proseguendo gli studi alla scuola  serale; allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola  nell&#8217;Areonautica, che abbandona subito dopo l&#8217;armistizio del 1943.</div>
<div>Rifugiatosi  nelle montagne piemontesi, si unisce inizialmente ad un gruppo  partigiano guidato da Ignazio Vian, per poi convergere nei GAP di  Giovanni Pesce.</div>
<div>E&#8217;  il 17 maggio del &#8217;44 quando Di Nanni, assieme ai compagni Giuseppe  Bravin, Giovanni Pesce e Francesco Valentino, effettua un attacco ad una  stazione radio che disturbava le comunicazioni di Radio Londra.</div>
<div>Prima  dell&#8217;azione, il gruppo di Gappisti disarma i militari preposti alla  difesa della stazione e decide di graziarli in cambio della promessa di  non dare l&#8217;allarme; ma i nove soldati tradiscono l&#8217;accordo e, ad azione  terminata, i quattro partigiani vengono sorpresi ed attaccati da un  gruppo di nazifascisti.</div>
<div>Ne  segue uno scontro a fuoco in cui Bravin e Valentino vengono feriti e  catturati; portati alle carceri Le Nuove, saranno torturati a lungo ed  infine impiccati il 22 Luglio: Bravin aveva 22 anni, Valentino 19.</div>
<div>Anche  Pesce e Di Nanni vengono colpiti durante lo scontro, ma il primo riesce  a portare in salvo il compagno più giovane, gravemente ferito da 7  proiettili.</div>
<div>Di  Nanni viene trasportato nella base di San Bernardino 14, a Torino, dove  un medico ne consiglia l&#8217;immediato ricovero in ospedale; Giovanni  Pesce, allora, si allontana dall&#8217;abitazione per cercare aiuto e  organizzare il trasporto del compagno, ma al suo ritorno trova la casa  circondata da fascisti e tedeschi, avvertiti della presenza dei Gappisti  dalla soffiata di una spia.</div>
<div>Nonostante  le gravi condizioni in cui versava, Di Nanni rifiuta di consegnarsi al  nemico e resiste a lungo all&#8217;attacco nazifascista, barricandosi  nell&#8217;appartamento del terzo piano e riuscendo ad eliminare diversi  soldati tedeschi e fascisti con le munizioni rimastegli.</div>
<div>La sua eroica resistenza è riportata dalle parole dello stesso Giovanni Pesce che assistette in prima persona alla scena:</div>
<div>«<em>Ora  tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono  addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l&#8217;ultima  cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo  migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il  mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra  una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano  a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile  e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura,  come fosse a una gara di tiro. L&#8217;ultimo fascista cade fulminato col  colpo. Adesso non c&#8217;è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le  sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi  aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada,  dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e  tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga.  Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha  battuti. E non sparano. È in quell&#8217;attimo che Di Nanni si appoggia in  avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi  si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena  di silenzio.</em>»</div>
<div>(Giovanni Pesce, Senza tregua &#8211; La guerra dei GAP, Feltrinelli, 1967)</div>
<div>Nel 1945 viene insignito della Medaglia d&#8217;Oro al valor militare.</div>
<div>A  67 anni di distanza dalla sua morte, vogliamo ricordare Dante Di Nanni  come un esempio a cui guardare per la determinazione e la forza con cui,  assieme a tanti e tante antifascist*, scelse la strada della resistenza  e della lotta contro l&#8217;oppressione nazifascista.</div>
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		<title>Murales 25 aprile in Vanchiglia</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 08:02:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un imponente murales si staglia sul muro della via pedonale del quartiere Vanchiglia: da una parte il volto fiero di Dante di Nanni,partigiano torinese, al lato opposto quello pensieroso di Vittorio Arrigoni, e in centro la frase “Nella memoria, l’esempio – Nella lotta la pratica”. E’ questo il frutto della tappa torinese della campagna “Riprendiamoci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un imponente murales si staglia sul muro della via pedonale del  quartiere Vanchiglia: da una parte il volto fiero di Dante di Nanni,partigiano  torinese, al lato opposto quello pensieroso di Vittorio Arrigoni, e in  centro la frase “Nella memoria, l’esempio – Nella lotta la pratica”.</p>

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<p>E’  questo il frutto della tappa torinese della campagna “Riprendiamoci le  strade”, messa in campo dai Volkswriter di Milano, in contrapposizione  all’iniziativa di CasaPound che promuove, per il mese di maggio, una due  giorni di writing nella città di Roma, ad Area 19.</p>
<p>Questo è solo  l’ultimo tentativo, da parte dei neofascisti, di appropriarsi di  linguaggi, culture e percorsi che non sono i loro, ma che anzi, fanno da  sempre parte di una tradizione antifascista, antirazzista ed  antisessista.</p>
<p>La giornata di sabato 26 aprile ha visto quindi nel  quartiere Vanchiglia un’iniziativa antifascista di writing, che ha  portato alla decorazione del muro dell’area pedonale di Via Balbo e del  giardino dell’asilo del quartiere e del centro sociale Askatasuna.</p>
<p>Il  murales è stato poi inaugurato nella commemorazione del 25 aprile,  iniziativa di interventi, musica e letture, che ha visto la  partecipazione di molti giovani del quartiere.</p>
<p>Durante  l’iniziativa è stata sottolineata la vicinanza dei due soggetti del  murales, Dante di Nanni e Vik, così come tra la Resistenza italiana e la  lotta di liberazione del popolo palestinese. Personaggi e lotte  distanti nel tempo e nello spazio, ma in realtà vicinissimi:  ragazzi e ragazze, donne e uomini, che hanno deciso, oggi come ieri, da  che parte stare e che, in un sommo atto di tenerezza, come direbbe Che  Guevara, hanno imbracciato le armi, o si sono fatti scudo di una penna e  del proprio coraggio, per combattere le barbarie di una dittatura, di  un’oppressione, di un’invasione</p>
<p>Un 25 aprile di commemorazione, di  lotta, e in fondo al cuore di tutte e tutti, un augurio: la liberazione  del popolo palestinese</p>
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		<title>25 aprile in Vanchiglia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 07:17:02 +0000</pubDate>
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		<title>21/4 BANDITE!</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 08:37:26 +0000</pubDate>
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		<title>Dax vive!</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 18:41:05 +0000</pubDate>
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		<title>Cuneo: retorica o antifascismo?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 23:13:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alcuni antifascisti cuneesi ci hanno inoltrato una lettera scritta dal presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, Livio Berardo, pubblicata su “La Stampa” di Cuneo (qui da un altro sito), che insulta il nostro centro sociale, accusandolo di essere simile all’organizzazione neonazista “Casapound”, di propugnare idee politiche “aberranti” e di essere frutto della sottocultura divulgata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.csoaskatasuna.org/wp-content/uploads/2010/11/badge_Aska.png"><img class="alignleft size-full wp-image-1466" title="badge_Aska" src="http://www.csoaskatasuna.org/wp-content/uploads/2010/11/badge_Aska.png" alt="" width="283" height="283" /></a>Alcuni antifascisti cuneesi ci hanno inoltrato una lettera scritta dal presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, Livio Berardo, pubblicata su “La Stampa” di Cuneo (<a href="http://www.targatocn.it/2011/03/01/leggi-notizia/argomenti/politica/articolo/casapound-le-impressioni-del-presidente-dellistituto-storico-della-resistenza.html">qui da un altro sito</a>), che insulta il nostro centro sociale, accusandolo di essere simile all’organizzazione neonazista “Casapound”, di propugnare idee politiche “aberranti” e di essere frutto della sottocultura divulgata dalla televisione berlusconiana. A Berardo non è piaciuta la giornata antifascista del 26 febbraio, proprio a Cuneo, quando centinaia di giovani e meno giovani hanno impedito il regolare svolgimento dell’inaugurazione di una nuova sede di Casapound. Gli antifascisti presenti, in massima parte cuneesi, hanno preso atto dell’autorizzazione di fatto data dalla Questura a questo scempio per la città, Medaglia d’Oro alla Resistenza, ed hanno praticato l’unica forma di lotta che l’estrema destra è in grado di comprendere: l’antifascismo militante. A loro va tutta la nostra solidarietà, e ad ogni fascista, ovunque si trovi, la nostra ostilità.</p>
<p>Berardo identifica nel nostro centro sociale l’esempio o la radice dei comportamenti tenuti quel giorno dalle antifasciste e dagli antifascisti. Per noi è un onore, anche se non serve esorcizzare l’antifascismo cuneese trovandogli, impropriamente, una casa torinese. Da quando l’estrema destra ha tentato di mettere nuove radici nel nostro paese, l’unica reazione che ha prodotto risultati è stata quella militante: impedire agibilità fisica e politica a questi gruppi, colpirne le strutture, sensibilizzare la popolazione al problema rappresentato dalla loro esistenza. Affinché l’antifascismo sia effettivo non è sufficiente cullarsi nel narcisismo a buon mercato rappresentato dalla citazione di un paio di poeti in una lettera, o rifilare la solita pappardella sulla democrazia dal palco, magari offendendosi se chi è più giovane ascolta di malavoglia, o sorride di una certa senile sterilità intellettuale. È necessario molto altro, a partire da una comprensione storico-sociale e culturale delle nuove destre (e delle nuove sinistre).</p>
<p>Questo è ciò che manca a molti di coloro che rappresentano istituzioni importanti per l’antifascismo storico (in questo caso l’ISR), e sarebbe inutile nascondercelo. In gran parte tale personale è proveniente dall’ex PCI, oggi PD: un’organizzazione politica che, al di là delle oggettive difficoltà ad ottenere rispetto e non ludibrio dalla popolazione italiana, soprattutto giovane, è espressione storica della morte della sinistra e dell’antifascismo. Altre volte, come nel caso di Berardo, ha virato all’ultimo momento per il carrozzone vendoliano, ma mantenendo lo stile e la forma mentis dei vecchi PCI-DS. Non è stata Askatasuna a sdoganare revisionismi, anche giuridici, riguardo ai morti di Salò, né a intrattenere alleanze o interlocuzioni, a più riprese, con settori parlamentari provenienti da un’eredità fascista, o espressione di un presente xenofobo e a sua volta fascistoide, come la Lega Nord. Arrabbiarsi perché le nuove generazioni non si riconoscono nelle proprie scelte politiche serve a poco, né aiuta assumere verso di esse un atteggiamento di disprezzo, identificando, come al solito, chi non la pensa allo stesso modo come “prodotto di Berlusconi” o, alla vecchia maniera stalinista, con i fascisti stessi. Conviene, invece, farsi qualche domanda sulla propria credibilità.</p>
<p>È triste che una persona così occupi posti di rilievo nell’ISR. A Torino siamo da anni impegnati a far vivere, assieme a parte della cittadinanza, la sezione ANPI “Martinetto”, e sappiamo che il ruolo delle istituzioni antifasciste storiche può essere ancora forte, se fatto vivere dalle nuove generazioni partigiane. Purtroppo decenni di lottizzazione partitica di questi istituti permette a persone mediocri di sputare sentenze su un giornale o dal palco, deprimendo la memoria del sangue partigiano. Ma la memoria di quel sangue è al sicuro, perché a Cuneo come a Torino, e in tutta Europa, ci sono compagne e compagni pronti a fare dell’antifascismo non una retorica, ma una pratica. Anche nel Paese Basco vive lo stesso spirito dell’antifascismo italiano, dove il movimento indipendentista (vittima a sua volta degli insulti di Berardo nella sua lettera) ha pagato un prezzo altissimo nella sua lotta contro il fascismo franchista e, successivamente, contro le persecuzioni e le torture (denunciate anche dalle Nazioni Unite) perpetrate dalla monarchia liberale. Siamo orgogliosi di portare la libertà, anche basca, nel nostro nome.</p>
<p>L’antifascismo è un’impresa non ancora conclusa. Nel 1945 le forze partigiane furono disarmate in nome di una promessa che la sinistra storica, dai cui ranghi provengono gli insulti odierni nei nostri confronti, non ha mantenuto, e che anzi ha tradito. Oggi l’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna, il razzismo e la guerra, lo sfruttamento sul lavoro e l’assenza di una cultura libera e laica ci impongono di considerare ancora e sempre l’antifascismo una strada maestra. Siamo però consapevoli che far vivere la memoria pulsante del sacrificio partigiano significa anche creare alternative sociali allo sproloquio disonesto e interessato dei tanti Berardo e dei tanti Fassino, figli di una cultura politica fallimentare e regressiva, priva di qualsiasi prospettiva di rivoluzione ed emancipazione. Per questo abbiamo sprecato del tempo a rispondere, e per questo inviamo un saluto antifascista a quella Cuneo partigiana che, il 26 febbraio, ha dimostrato di esserci e di poter produrre quell’alternativa immediatamente, con le sue stesse pratiche e la sua stessa esistenza.</p>
<p><em>Non un passo indietro – Ora e sempre resistenza</em></p>
<p><strong>Centro sociale occupato Askatasuna – Torino</strong></p>
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		<title>99 posse: ANTIFA il video</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 15:03:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aska 1</dc:creator>
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		<title>7 luglio 1960 Per i Morti di Reggio Emilia</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 10:04:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aska 1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell&#8217;ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei &#8220;Per i morti di Reggio Emilia&#8221;: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l&#8217;apice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.csoaskatasuna.org/antifascismo/7-luglio-1960-per-i-morti-di-reggio-emilia/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque  operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze  dell&#8217;ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto  Amodei &#8220;Per i morti di Reggio Emilia&#8221;: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi,  Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia  sono l&#8217;apice &#8211; non la conclusione &#8211; di due settimane di scontri con la  polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di  aprire il fuoco in &#8220;situazioni di emergenza&#8221;: alla fine si conteranno  undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle  dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il  determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e  apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma  soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento  di clima politico nel paese: l&#8217;avvento della generazione dei &#8220;ragazzi  con le magliette a righe&#8221;. Sino a quel momento i giovani erano  considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei  partigiani e orientati al mito delle &#8220;tre M&#8221; (macchina, moglie,  mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece  la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che  aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato  giovanile. Di questo mutamento di clima &#8211; dalla disperata tristezza per  il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di  luglio &#8211; sono testimonianza la poesia di Pasolini &#8220;La croce uncinata&#8221;  (aprile 1960) e l&#8217;articolo &#8220;Le radici del luglio&#8221; (Vie nuove, 29 ottobre  1960).<span id="more-1182"></span></p>
<p><strong>Il 7 luglio</strong></p>
<p>La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione  (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni  politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli  assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli  altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l&#8217;unico spazio  consentito &#8211; la Sala Verdi, 600 posti &#8211; è troppo piccolo per contenere i   20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine  Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento  ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una  violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del  vice-questore <strong>Giulio Cafari Panico</strong> investe la manifestazione  pacifica: &#8220;Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia.  Ricordo un&#8217;autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere  la folla con gli idranti&#8221;, ricorda un testimone, l&#8217;allora maestro  elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del  tenente colonnello <strong>Giudici</strong>, partecipano alla carica. Incalzati  dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d&#8217;acqua e dai fumogeni, i  manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, &#8220;dove c&#8217;era  un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi.  Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi&#8230;&#8221;. &#8220;Altri  manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese  dei bar della piazza&#8221;. Respinti dalla disperata sassaiola dei  manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a  sparare: &#8220;Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano  pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l&#8217;isolato San Rocco.  Vidi un poliziotto scendere dall&#8217;autobotte, inginocchiarsi e sparare,  verso i giardini, ad altezza d&#8217;uomo&#8221;.</p>
<p>In quel punto verrà trovato il corpo di <strong>Afro Tondelli</strong> (1924),  operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà.  L&#8217;agente di PS <strong>Orlando Celani</strong> estrae la pistola, s&#8217;inginocchia,  prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su  un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: &#8220;Mi hanno voluto  ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia&#8221;. Partigiano della 76a  Sap (nome di battaglia &#8220;Bobi&#8221;), è il quinto di otto fratelli, in una  famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell&#8217;Anpi.</p>
<p>Davanti alla chiesa di San Francesco è <strong>Lauro Farioli</strong>, 22 anni,  orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano &#8220;Modugno&#8221;  grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con  pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi  spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli  agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un  ragazzo testimone dell&#8217;eccidio: &#8220;Ha fatto un passo o due, non di più, e  subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue  spalle e l&#8217;ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue  che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue&#8221;.</p>
<p>Intanto l&#8217;operaio <strong>Marino Serri</strong>, 41 anni, partigiano della 76a  brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l&#8217;angolo della strada  gridando &#8220;Assassini!&#8221;: cade immediatamente, colpito da una raffica di  mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina,  con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava  sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni,  era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la  moglie Clotilde e i figli.</p>
<p>In piazza Cavour c&#8217;è <strong>Ovidio Franchi</strong>, un ragazzo operaio di 19  anni. Viene colpito da un proiettile all&#8217;addome. Cerca di tenersi su,  aggrappandosi a una serranda:  &#8220;Un altro, racconta un testimone, ferito  lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato  a tutti e due&#8221;. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo  della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine  Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era  entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel  frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l&#8217;attestato di  disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco  dopo a causa delle ferite riportate.</p>
<p>Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più  giovani &#8211; tra i quali è Rovacchi &#8211; a resistere: &#8220;La macchina del  sindacato girava tra i tumulti e l&#8217;altoparlante ci invitava a lasciare  la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna  intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate.  Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non  spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita,  vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii  soltanto dopo&#8221;.</p>
<p><strong>Emilio Reverberi</strong>, 39 anni, operaio, era stato licenziato  perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era  entrato all&#8217;età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata  dislocata nella zona della Val d&#8217;Enza (commissario politico nel  distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case  operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente  freddato a 39 anni, sotto i portici dell&#8217;Isolato San Rocco, in piazza  Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra,  spirerà in sala operatoria.</p>
<p>Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500  proiettili, per quasi tre quarti d&#8217;ora, contro gli inermi manifestanti. I  morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare  nell&#8217;ospedale, testimonia di &#8220;feriti ammucchiati ai morti, corpi  squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull&#8217;altro&#8221;. Drammatica anche  la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: &#8220;In sala operatoria  c&#8217;eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo  nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala  operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una  situazione di guerra: non c&#8217;era tempo per parlare, mentre cercavamo di  fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l&#8217;apprensione e il dolore  dei parenti&#8221;.</p>
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		<title>23/06 Antifa Party a Palazzo Nuovo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 10:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aska 1</dc:creator>
				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.csoaskatasuna.org/wp-content/uploads/2010/06/manifetsoAntifaParty.jpg"><img class="size-large wp-image-1143 aligncenter" title="manifetsoAntifaParty" src="http://www.csoaskatasuna.org/wp-content/uploads/2010/06/manifetsoAntifaParty-1024x741.jpg" alt="" width="530" height="412" /></a></p>
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