Spesso noi donne ci ritroviamo ad essere oggetto del discorso, della cronaca nera, dei media, delle politiche istituzionali. Diventiamo facilmente oggetto di strumentalizzazioni. Siamo protagoniste perché vittime di stupri, di violenze, e veniamo utilizzate per imbastire i teoremi di cui in molti si servono per creare i pacchetti sicurezza, per alimentare un clima di paura, di terrore, soprattutto nei confronti degli immigrati. Nella realtà non è la violenza sulla donne in sé a scandalizzare.
Se vogliamo dircela tutta, non è che ai media o alle istituzioni importi proprio tanto che una donna sia stata violentata, ciò che importa è servirsi dell’episodio per altri scopi. Dalla criminalizzazione degli immigrati al controllo sulle donne che si può ottenere, perché se il messaggio che passa è che se una va in giro da sola, si veste un po’ carina, va in vacanza con le amiche, fa tardi la sera, vive liberamente la sua sessualità, farà in sostanza una brutta fine, questo crea sfiducia, insicurezza, paura e quindi una donna ci pensa magari due o tre volte prima di muoversi autonomamente, uscire da sola, viversi liberamente e con serenità certe situazioni della sua vita, etc…

Sappiamo bene, e ce lo confermano tutti i dati, che la maggior parte delle violenze si consumano tra le mura domestiche, all’interno della cerchia di amici, famigliari, parenti. Restare chiuse in casa quindi, a differenza di quello che vorrebbero farci credere, forse non è proprio la soluzione migliore…
Ci chiediamo come sia possibile ribaltare questo schema e combattere contro la violenza sulle donne. Il discorso è sicuramente complesso. Sono tanti gli elementi che concorrono a generare e a legittimare la violenza sulle donne. Alle radici storiche e culturali del fenomeno, va aggiunto il ruolo dei media, della televisione e dei giornali, e della comunicazione in generale, il primo agente di promozione di un immaginario femminile falsato e  pericoloso. Pericoloso perché sempre e ovunque la donna è presentata come oggetto, merce di scambio.

Una donna mezza nuda aiuta a vendere meglio persino un detersivo o delle pillole contro la dissenteria. Nei programmi televisivi non ne parliamo. Non si tratta di essere bacchettone e di scandalizzarsi per i culi e le tette in bella mostra, ma di rifiutare con forza l’immagine della donna che ci stanno costruendo addosso. L’ambizione più diffusa oggi tra le ragazze più giovani è di lavorare in televisione, fare la velina. E si vuole raggiungere questo obiettivo a qualunque costo, non importa il prezzo da pagare. Apparire sullo schermo è quasi un riconoscimento d’esistenza. È il modello vincente, il modello di successo più condiviso. Come se noi fossimo solo quello, come se solo quello avessimo da offrire. Come un qualcosa che si può usare e quando non serve, gettare via. Come qualcosa su cui è giusto esercitare potere, come qualcosa di poco valore.

La violenza è esercizio di potere, ma è anche come si diceva prima, strumento di controllo sui corpi e sulle menti di noi tutte. L’influenza però non è solo sul maschio che si sente autorizzato a usare violenza contro una donna che gli dice di no a un rapporto sessuale, a una storia d’amore, o a qualunque altra pretesa lui abbia, l’influenza purtroppo è anche sulle donne. Che invece di sentirsi unite e solidali su certe questioni, si dividono e inconsapevolmente diventano complici di quell’immaginario falsato e dunque anche delle violenze, che siano fisiche, o psicologiche. Ci facciamo convincere che in fondo in fondo è giusto così, perché se non ce ne stiamo buone buone chiuse in casa a badare ai figli e alla casa, poi è scontato che ci capitino certe cose un po’ spiacevoli.

Dire perché certe violenze accadano, dare una risposta univoca a questa domanda, non è semplice. Però possiamo sicuramente permetterci di dire che in un contesto famigliare o relazionale, in cui prevale la legge della prevaricazione, in cui vi è un forte squilibrio dei ruoli a vantaggio della componente maschile, è forse più facile che certe violenze trovino spazio e legittimazione.
In un contesto invece in cui i ruoli sono maggiormente equilibrati, in cui non c’è predominanza dell’uno sull’altra, è forse più difficile che venga usata violenza e che ci si imponga con questi metodi meschini. Bisogna creare insomma le condizioni perché questa violenza non si sviluppi e pensiamo che ripensare al nostro ruolo in casa e fuori casa, non diventare complici di certi modelli femminili che ci vengono imposti, costruire le basi perché il lavoro domestico, solo per fare un esempio, venga maggiormente condiviso, sia tutti modi per iniziare a far sì che le cose cambino, per scardinare quegli schemi che portano poi in molti casi all’uso della violenza e della prevaricazione sulle donne. Il personale è politico si diceva una volta. Beh noi ci crediamo ancora e fermamente. Non deve essere solo uno slogan però, deve essere un’idea che si traduce quotidianamente in pratica e in azione. La trasformazione soggettiva ha una valore collettivo importantissimo.
Modificare il nostro quotidiano significa porre un primo tassello per un cambiamento più generale e generalizzato.

Le compagne del Csoa Askatasuna
Collettivo femminista Rossefuoco

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