[LETTURE]I media sono al centro della società?
Scritto il agosto 15th, 2010 da Aska 1 in letture, tags: media
21.12.2009Quella che segue, è la trascrizione della relazione introduttiva di Silvano Cacciari, nell’ambito di un seminario organizzato a Bologna in collaborazione con il Laboratorio Crash, dal titolo: I media sono al centro della società?
Innanzitutto vi ringrazio di essere venuti e spero che questa discussione come altre siano produttive da un punto di vista politico e da un punto di vista teorico, visto anche soprattutto che le due dimensioni non sono minimamente separate. Il tema di stasera si riassume sostanzialmente intorno a una domanda: i media sono al centro della società? Cercheremo di affrontare le risposte a questa domanda soprattutto su un piano antropologico-politico, con forte attenzione alle categorie politiche e alle categorie politico-pratiche di lettura del fenomeno.
Personalmente sono un lettore di gialli che preferisce sapere fin dalle prime pagine chi è stato l’assassino, per poi capire successivamente qual’è la procedura d’inchiesta, perciò vi dirò che alla domanda se i media sono al centro della società la risposta è secca e chiara: no!
I media non sono al centro della società. E a questo punto comincerete forse a pensare che io vi stia prendendo in giro. Da una parte per quanto riguarda la mia formazione personale, ovvero il fatto che insegno Teoria della comunicazione. E dall’altra, che vi stia prendendo in giro o che sia estremamente contraddittorio, rispetto ad affermazioni che abbiamo approfondito insieme negli altri due seminari ovvero l’idea che non è possibile la politica senza una dimensione mediale, legata al fatto che la dimensione mediale è strettamente intrecciata alla dimensione politica. Però dobbiamo capire, che da un punto di vista analitico ci stiamo muovendo su soggetti differenti: non stiamo parlando di media e politica, stiamo parlando di media e società, ovverosia del posizionamento dei media all’interno di ciò che chiamiamo società.
Cerchiamo di capire qual’è il posizionamento strategico dei media all’interno di ciò che chiamiamo società, e soprattutto il valore politico di questo posizionamento. Voglio dirvi una cosa: se la risposta fosse stata positiva, se vi avessi detto che i media sono al centro della società, dal punto di vista politico avremmo avuto una risposta oserei dire “mortifera” ovvero l’idea che i media essendo al centro della società esercitano un’egemonia che sostanzialmente non è disgregabile. Invece la tesi di fondo, che non è solo antropologica ma è anche politica, è che i media esercitano dominio ed egemonia ma non sono al centro della società. Questa osservazione dal punto di vista politico è estremamente importante: perché se i media esercitano egemonia e non sono al centro della società significa che gli spazi di pensabilità e gli spazi di manovra di tipo antagonistico sono estremamente ampi.
A questo punto vi rovescio di nuovo il commento alla domanda che facevo, dicendovi che rispondere no alla domanda se i media sono al centro della società è un atto di ottimismo politico. Quindi è un atto di ottimismo politico, che si fa forza della capacità sociologica di lettura della società. Cerchiamo, adesso, di capire che cosa si intende per questa affermazione, cioè che i media non sono al centro della società, per comprendere quali sono i punti di forza e le linee di frattura del potere mediatico sulla nostra società.
Qui arriverei al primo punto fondamentale, che è legato direttamente agli studi, al sapere militante. Ho avuto modo di rileggere una serie di scritti dell’autunno 1980 legati al problema allora veramente impellente, stringente dell’analisi della sconfitta operaia alla Fiat. Un lavoro molto bello in particolare, fatto dai compagni Marco Melotti e Mario Lattanzi, notissimi fra le tante cose nel mondo del mediattivismo, uno con nickname Carletto e l’altro con nickname Sbancor - purtroppo entrambi recentemente scomparsi – che misero a frutto entrambi la loro intelligenza facendo un lavoro d’analisi della situazione dell’antagonismo italiano immediatamente dopo la sconfitta della Fiat. In termini assolutamente non consolatori e direttamente politici, nel tentativo di riuscire a capire quale campo di forze si era aperto dopo la sconfitta operaia alla Fiat, sia Marco che Mario riescono a costruire una cartografia della società italiana immediatamente dopo la vittoria della Fiat sulla classe operaia del 1980. E soprattutto riescono a comprendere – e questa è la specificità del lavoro militante di questi due compagni – perché in quel preciso momento storico non riesce più a darsi quel tessuto sociale che produce antagonismo.
Anche noi oggi siamo chiamati ad affrontare un lavoro simile. Non tanto con presunzione, ma forse con emergenza. l’idea che riusciamo a capire, laddove l’antagonismo non si produce più – e perché l’antagonismo non si produce più – per noi è solamente un corno del problema. L’altro corno del problema è riuscire a comprendere le dinamiche costitutive sopratutto quelle che si danno, socialmente parlando, anche in assenza di lotte. Allora in questi termini, qual’è il nostro autunno 1980? Quand’è il punto in cui analizziamo la mancata capacità di ricomposizione di ciò che alla fine degli anni ’70 si chiamava ancora la classe, in termini direttamente politici e antagonistici. In poche parole, dov’è che oggi si difetta di capacità di mobilitazione politica?
La risposta la troviamo nella cronaca delle ultime settimane: io sono rimasto molto colpito – non dal punto di vista personale, ma dal punto dell’analisi politica – dall’incapacità di mobilitazione dell’insegnante precario. Badate bene che gli insegnanti precari sono una categoria da una parte altamente specializzata, non tanto per i saperi di cui sono portatori, ma soprattutto dei titoli di cui sono portatori, e quindi degli anni che sono stati necessari per ottenere quei titoli. Si tratta di una categoria difficilmente riciclabile in altri settori: in Italia se sei insegnante e perdi il posto di insegnante, difficilmente riesci a trovare uno stipendio simile ricollocandoti in un altro settore. Quindi nel momento in cui il Ministero dell’Educazione ha tagliato centinaia di posti di lavoro in per ogni provincia, l’insegnante colpito, se non ritrova immediatamente una capacità collettiva di mobilitazione, è un insegnante condannato. E’ un soggetto sociale che vede una brusca mobilità sociale verso il basso, una brusca caduta del proprio tenore di vita, di sé stesso, del proprio nucleo familiare, del proprio reticolato sociale.
Che cosa abbiamo visto? Che in tutte le province particolarmente colpite dal fenomeno dei tagli dei posti di insegnate, la mobilitazione è stata scarsissima. Non solo è stata scarsissima, ma in province dove i tagli raggiungevano anche le 500-600 unità, quindi la dimensione di una media industria, i precari che si sono mobilitati sono riassumibili veramente in poche decine. Cioè 20-30 persone che fanno un sit-in, e non riescono ad avere la capacità di mettersi a rete e di stabilire delle lotte che siano in grado di rispondere all’emergenza della caduta del proprio tenore di vita.
Questo è il nostro autunno 1980: un periodo in cui di fronte a una profonda ristrutturazione che è una ristrutturazione della crisi, che quindi lascia ampi settori della società in una condizione non solo di non garantito, ma di vera e propria inedia. Ebbene di fronte a tutto questo, le categorie colpite non riescono ad avere una mobilitazione sia dal punto di vista sociale, che dal punto di vista politico, adeguata. Questo è il problema che vi pongo, il problema politico al quale dobbiamo rispondere: il nostro autunno 1980. Di fronte al massimo di crisi e all’incedere della recessione, di fronte a vasti settori di società che sono espulsi non tanto dalla possibilità di consumare, ma direttamente dalla possibilità di sopravvivere, questi settori pur essendo colpiti collettivamente non riescono a organizzare una risposta collettiva. Questo è il problema politico.
Per capire perché avviene questo, per capire la fenomenologia di questi comportamenti, dobbiamo comprendere che questa difficoltà di mobilitazione si da in una società che è profondamente mutata. Come sappiamo è una società in cui la possibilità di “contare” da un punto di vista politico coincide con la possibilità di avere potere mediatico. I due aspetti non sono assolutamente indissolubili. Quindi la capacità dei precari di “contare” dal punto di vista politico è direttamente proporzionale alla loro presenza disarticolata, incomprensibile nel mondo dei media mainstream. Si tratta allora di comprendere di fronte a questi fenomeni in che modo si esercita il dominio, quindi in che modo i media esercitano il dominio, ma anche in che modo si esercita già nella morfologia sociale stessa, una dinamica di secessione dai media e dal loro potere politico tale – paradossalmente – da fornire strumenti a questi stessi soggetti che in questo momento sono espulsi dalla crisi.
La tesi sostanzialmente, se è vero che siamo vicini al nostro autunno 1980, cioè a una sconfitta radicale dei soggetti socialmente subalterni, a una sconfitta strutturale. A differenza dell’autunno 1980, dove si chiudeva un ciclo storico, qui siamo di fronte a fenomeni di morfologia sociale legati al mondo dei media che ci danno la possibilità d’uscita da questi fenomeni. In questo senso la lettura storico politica è differente rispetto a una lettura che era per noi ineludibile all’inizio degli anni ’80, dove non solo che si era chiuso un ciclo politico. Il ciclo delle grandi lotte, dei movimenti degli anni ’70, con un protagonismo radicale non solo dei movimenti ma anche delle insorgenze politiche che comunque producevano una dimensione di emancipazione e diritti concreti. Questo ciclo si era chiuso, ma soprattutto si era chiusa una società che non solo produceva antagonismo, ma produceva soggetti antropologicamente differenti rispetto al dominio. Questo con gli anni ’80 si chiude, per un lungo ventennio: in questo senso le questioni, per la politica antagonista mancavano non tanto per mancanza di strategia, ma soprattutto per lo zoccolo duro, il nucleo antropologico della società.
Rispetto invece all’autunno ’80, la nostra possibilità è quella di saper leggere le linee di frattura e le linee di secessione rispetto al potere centrale. E il potere centrale come dicevo esiste: sono i media, che come vi dicevo nell’introduzione non sono al centro della società. Occorre capire cosa vuol dire, che esistano dei fenomeni di differenziazione rispetto al media mainstream, e soprattutto in ultima istanza, bisogna capire dal punto di vista teorico e dal punto di vista delle categorie politiche e pratiche, dove intervenire.
Quando Michel Foucault viene chiamato, o se preferite chiama sé stesso a dare una lettura complessiva del suo lavoro, Foucault identifica due grandi tecnologie di dominio: una legata al potere sovrano, e quindi alle grandi macchine istituzionali che producevano potere sovrano, un’altra alle discipline diffuse, alle discipline specializzate quali potevano essere il sapere delle carceri, i regolamenti giuridici, quindi tutto quel terreno microfisico del potere, che costituiva un’altra dimensione del dominio e dell’assoggettamento. Nel gennaio ’76, quando comincia nei suoi corsi a stabilire una linea complessiva di lettura del potere individua questi due grandi assi: uno legato al potere sovrano, uno legato al potere microfisico.
La società mediale non è una società dove “domina” un’estetica spettacolare in cui il politico è la sola dimensione dell’amministrazione. Questo può avvenire in alcune società, come le società delle democrazie del nord, l’Olanda, ma nelle società continentali e soprattutto negli Stati Uniti il potere mediatico e il potere politico sono talmente intrecciati in una dimensione iconica, simbolica e linguistica da essere indissolubili. Ora nelle società mediali questa dimensione della sovranità e questa dimensione della microfisica del potere trovano una propria interpretazione, e la propria interpretazione è a livello dello spettacolare e dell’immagine tecnologicamente trasmessa su più piattaforme. Questa è la nuova dimensione del potere, una dimensione che nutre il potere sovrano e nutre anche le microfisiche del potere, e nutre anche ciò che noi oggi chiamiamo biopotere.
Questo accade però in termini sostanzialmente differenti rispetto al passato, perché c’è un problema fondamentale che i sistemi politici devono far risolvere al potere mediale contemporaneo, ovverosia la produzione di legittimità. In epoche precedenti la produzione di legittimità era sostanzialmente delegata a due organi fondamentali: o l’apparato statuale, o i grandi partiti. Nelle nostre società, svanita la capacità di presa sul territorio dell’apparato statuale e sostanzialmente dissoltosi i partiti di massa, il potere mediale è l’unico potere in grado di riprodurre la legittimità del sistema politico.
In poche parole, il potere politico o appare in termini di immagine o non ha legittimità. In questo senso, il potere politico riesce a riprodurre, grazie all’immagine, la propria istanza di legittimità e quindi di sonorità. L’altro elemento fondamentale che riprende l’altra grande istanza foucaultiana della microfisica, è la capacità da parte dei dispositivi mediali di riprodurre una microfisica del potere, producendo un’estetica dei comportamenti. Oggi i dispositivi disciplinari di un ospedale sono veicolati nella società se se appaiono in una serie di telefilm; questo riguarda non soltanto l’ospedale, ma per esempio anche la scuola.
Che cosa succede dunque: è avvenuta una sorta di digitalizzazione della sovranità e della microfisica del potere, che genealogicamente riprende la microfisica e la sovranità precedenti alle nostre in cui però la dimensione mediale riesce a reinterpretarli nel digitale. Però in tutto questo meccanismo, in tutto questo dispositivo di produzione di sovranità e di microfisica del potere, che non è più terrestre e ancorato ai grandi dispositivi urbani ma è soprattutto mediale. Non è più legato alla morfologia del territorio in senso stretto, ma è sempre e soprattutto un dispositivo mediale, non è un dominio assoluto della società. Questo è importante perché, se noi ci fermiamo a questa dimensione possiamo trarre le conclusioni che ha tratto Guy Debord nei commentari de “La società dello spettacolo”. Ovverosia che la società capitalistica, svanito il soggetto antagonista, è una società dello spettacolare integrato e quindi del dominio assoluto. Se ci fermiamo a questa dimensione dell’analisi dei nuovi livelli di sovranità che si danno tramite l’immagine digitale e dei nuovi livelli di dominio microfisico della società, ci fermiamo di fronte alla cartografia del dominio, e soprattutto ci fermiamo esclusivamente di fronte a una assunzione politica. Cioè l’idea che di fronte a questi dispositivi digitali non c’è uscita. No exit…come in American Psycho, questa porta non è un’uscita.
Il punto invece è un altro: quello di cominciare a comprendere gli elementi di frattura. E io comincerò a dare una lettura di queste linee di frattura partendo esattamente da discipline istituzionali e dalla scienza “del nemico”, quindi dalla sociologia funzionalistica e dagli aspetti legati alla comunicazione politica , quindi a discipline istituzionali collegate proprio in senso organico. Gli autori che lavorano all’interno di questi spettri disciplinari non sono ricercatori isolati che producono pubblicazioni, ma fanno parte di team di ricerca, organizzano workshop con multinazionali, con le amministrazioni, con i grandi media, con militari. Quindi stiamo parlando di uno spettro di personaggi che fa politica nel momento in cui fa teoria, ma che fa politica e fa teoria esattamente dall’interno del sistema che si auto-osserva.
Quindi vi porterò due esempi, all’interno del funzionalismo americano e della comunicazione politica inglese dove si comincia a riflettere, già a partire dalla fine degli anni ’90, esattamente sul punto che a noi interessa, cioè che questo dispositivo di dominio politico-mediale della società non è affatto centrale rispetto alla società, e soprattutto non è un dispositivo indissolubile, cioè l’elemento teorico-analitico che a noi interessa. Io vi farò un esempio: nella sociologia funzionalistica americana – vi parlo di quella californiana, che a mio avviso a un livello di maturità teorica ineguagliabile – a partire dagli anni ’90 e per tutta la prima decade degli anni 2000 si comincia a riflettere dell’impatto della creazione di ciò che noi in Italia chiamiamo “opinione pubblica”e delle nuove tecnologie di comunicazione.
Questo è un problema serio. Vi faccio l’esempio della metropoli di Los Angeles, dove il porsi il problema di cosa sia e se esiste effettivamente l’opinione pubblica è porsi un problema di governo ad alta complessità, che viene attraversato tanto più da generazioni di tecnologie della comunicazione che plasmano i livelli di interazione sociale. La risposta di questo nucleo di ricercatori della UCA è estremamente interessante. Pur avendo consapevolezza teorica della dimensione di dominio, della dimensione dell’egemonia mediale capitalista, sia sul fenomeno della produzione di sovranità mediale, sia su una dimensione di microfisica del potere virtualmente trasmessa cominciano a comprendere che tutto ciò non è al centro della società, ovvero che su piano della metropoli e in questo caso sul piano della metropoli californiana, tutto ciò non produce un centro definibile come opinione pubblica, ma produce una secessione di mondi. Le nuove tecnologie della comunicazione a loro volta producono dinamiche di comunicazione che sono secessive, cioè si allontanano sempre più dal centro e sono irriducibili a sintesi.
Questo fenomeno è molto preoccupante ed estremamente interessante. È molto preoccupante perché ci fa comprendere come nella metropoli contemporanea ci siano vasti settori di società che vanno semplicemente alla deriva; questo è un elemento che va ammesso, va compreso, va messo ad analisi ma c’è. Ci sono vasti settori della società che hanno le proprie tecnologie di comunicazione, la propria chiusura operativa, cioè comunicano all’interno del periodo che si sono dati esclusivamente, e sono assolutamente irriducibili ad ogni altro genere di stimolo, sono monadi chiusi. Questo tanto più in una dimensione metropolitana, dove dal punto di vista dell’allocazione delle risorse, delle possibilità di circuiti di comunicazione complessa e delle tecnologie a disposizione è tanto più possibile.
Questa generazione di ricercatori americani comincia a comprendere che la metropoli californiana è attraversata da grandi elementi di riunificazione comunicativa che appartengono alla sovranità del dominio ed alla microfisica del potere medialmente trasmesso (o se preferite medialmente valorizzato). Ad ogni modo ci sono anche ampi settori di società che sono in assoluta secessione in quanto irriducibili ad ogni sintesi, escluse anche dal rumore di fondo prodotto dai grandi media. Inoltre ci sono vasti settori di metropoli che dal punto di vista comunicativo e quindi di interazione sociale si organizzano, cioè cominciano a creare i propri tessuti di messa a critica del dispositivo dominante e si riproducono sul piano spaziale come comunità e sul piano comunicativo come rizoma.
Quindi, già vedete, questa analisi è tutta legata ad un’idea fondamentale: la metropoli californiana all’inizio del 21imo secolo non è una metropoli unificabile sul piano dell’opinione pubblica. A questa idea seguono alcune considerazioni interessanti. Da una parte ci sono settori metropolitani che sfuggono ad ogni sintesi e che appartengono ad una dimensione neo-tribale legata a mode, culti, sette e tutta una serie di arcaismi irriducibili ad ogni genere di modernità politica. Però ci sono anche elementi di organizzazione comunicativa complessa, la capacità stessa di farsi media che emerge nella metropoli.
Un primo punto di vista estremamente interessante da un punto di vista antropologico, di sociologia della comunicazione e politico ci viene dato da questi sociologi americani i quali affermano che non c’è un’opinione pubblica generale dominante: i dispositivi della sovranità mediale e della microfisica del potere medialmente valorizzata si fermano a questa dimensione di un’opinione pubblica istituzionale mentre vasti settori della società sono in secessione o di tipo autistico o creativo. Consentitemi una battuta: se inquadriamo il problema in quest’ottica capiamo che Debord non aveva nessun motivo per tirarsi un colpo di fucile in faccia perché la società dello spettacolare integrato che addensa dentro di se forti elementi di sovranità e di microfisica del potere non è una società del dominio assoluto.
Questo si rivela estremamente importante nel momento in cui, con questa lettura della società, siamo di fronte ad una politica assolutamente terrorizzata dai mass media e dal loro potere di valorizzazione della sovranità e della microfisica del potere. Scendendo sul piano militante spesso si riproducono dinamiche simili con compagni di vecchia data i quali nel momento in cui si pongono di fronte a queste tematiche sono assolutamente terrorizzati perché sentono il dominio dei media ma non hanno la più pallida idea che esista qualcosa al di fuori di questo dominio. Questo accade anche nei soggetti più giovani, i quali a loro volta avendo avuto il mainstream come pedagogista assoluto ancora non riescono a vedere le tecnologie della comunicazione come elemento di autovalorizzazione collettiva.
Sto lavorando ad una ricerca, all’interno della quale mi sono accorto che sono tre i soggetti a più forte consumo di media generalisti: gli anziani, le persone comprese tra i 45 e 50 anni e gli adolescenti tra i 14 e 18 anni. Questo genere di soggetti sono quelli più inclini a pensare che il dominio dei media sia assoluto. A questi soggetti si contrappone un ampia fascia di società che già è in grado di comprendere sia che la questione è diversa sia i messaggi degli strumenti di comunicazione nei nuovi media. Da un punto di vista sociale quindi il dominio del mainstream non solo non assoluto ma da un punto di vista sociologico esistono fasce di società che per la loro capacità comunicativa esperiscono quotidianamente queste esperienze.
Questo dato è importante, ma quando lo definisco così cerco di non fare l’errore tipico da militante degli anni ’70 per cui un fenomeno era sociologicamente interessante ed era quindi destinato a diventare politicamente dirompente. Oggi non è così. All’inizio del 21emo secolo un fenomeno sociologicamente interessante ha bisogno di una profonda sollecitazione di tipo politico per diventare politicamente dirompente. In questo senso allora cambiano anche i paradigmi dell’intervento politico. Perchè? Perché negli anni 70 si poteva tranquillamente giocare il termine di leninismo spontaneo del movimento (ovvero del movimento che era in grado di darsi da solo termini di direzione e strategia politica e che quindi all’interno del sociale stesso fosse insita tale capacità) e questo accompagnava con se una capacità di sgretolamento di tutti i partiti della sinistra vecchia e nuova dando forme liberatorie e dirompenti di auto-organizzazione. Nel 21emo secolo invece le carte si sono veramente rimescolate, per cui ciò che è sociologicamente interessante e politicamente dirompente, lo è solo grazie ad una sollecitazione politica specializzata, capace di immettere quel sapere specialistico che manca ancora alla società. In altre fasi questo può e deve cambiare, ma a noi questo dato serve per avere la consapevolezza del tipo di società su cui stiamo intervenendo.
Se nel funzionalismo americano si hanno risultati sociologici di questo tipo, non dobbiamo pensare che sul piano della comunicazione politica il dominio ha già tirato le somme. Aggiungo un altro elemento importante per capire qual’è la direzione strategica del pensiero comunicativo politico del capitalismo contemporaneo. Già alla fine degli anni ’90 negli ambiti della comunicazione politica in Gran Bretagna si cominciano a tirare le somme su cosa sia la comunicazione politica dopo l’emergere delle nuove tecnologie. Citando gli autori presenti sulle due sponde dell’atlantico si arriva ad una conclusione ma anche a timori molto simili. Se la sociologia americana afferma che non esiste un centro della società definibile come opinione pubblica ma esiste un’opinione pubblica ristretta presidiata dal media mainstream ed esistono dinamiche di secessione dall’opinione pubblica sia in senso autistico che in senso creativo. La comunicazione politica inglese con una serie di autori trae le debite conseguenze di questa dimensione sociologica. Da un punto di vista degli autori e delle discipline che concorrono alla stabilizzazione del sistema (quindi da un punto di vista che è esattamente l’opposto del nostro) il rischio, che si corre da un punto di vista politico sul piano delle nuove tecnologie, è che essa sia assolutamente destabilizzante e sopratutto fortemente centrifuga poiché si danno forme di comunicazione a rete che diventano sempre più irriducibili rispetto all’opinione pubblica centrale, impedendo al dominio di abbracciare l’intero corpo sociale.
Questo è l’elemento che la comunicazione in quanto disciplina politica già in Inghilterra, Germania ed Italia registra dalla fine degli anni ’90. Non bisogna però aspettarsi rispetto a questo corpo di teorie una risposta intelligente da parte del dominio: si sono concretizzate infatti una serie di risposte che assomigliano molto ai comportamenti del capitalismo quando cerca di estrarre profitto da mercati ormai in via di esaurimento. Ci troviamo quindi di fronte ad un comportamento tipico del declino (seppur intelligente) piuttosto che dell’innovazione. Questo perché buona parte della comunicazione politica, a partire da quel periodo comincia a concentrarsi su un singolo problema, che non è quello di connettere la società ma è quello di costruire tecniche sempre più sofisticate di estrazione di consenso in un momento solo, in quello elettorale. Paradossalmente quindi le discipline di comunicazione politica di tipo sistemico, ovvero quelle che lavorano per stabilizzare gli assetti esistenti sul piano comunicativo, non producono teorie della stabilizzazione sistemica ma tecniche di estrazione di consenso elettorale nel momento in cui il sistema comincia a disgregarsi perché perde di centro. Questo è estremamente interessante. Noi non dobbiamo capire solo i punti di forza del dominio (cioè la capacità di produrre sovranità tramite la dimensione spettacolare dell’immagine, e la capacità di saper promuovere microfisiche del potere tramite la stessa dimensione spettacolare dell’immagine) ma anche i suoi punti di debolezza.
I punti di debolezza stanno nell’incapacità di pensare politiche della comunicazione in grado di pensare di nuovo un potere complessivo sulla società. Va detta una cosa: le politiche spettacolari di promozione della sovranità sono sostanzialmente legate alla vecchia televisione generalista. Tanto più si erode questo potere, tanto più perde di centro il linguaggio mediale capitalistico. Questo è un elemento di straordinaria importanza.
Quindi noi siamo di fronte ad una dimensione in cui, seppur in assenza di lotte c’è una tendenza di dinamiche di secessione irriducibili al centro del dominio mediale e del dominio capitalistico. C’è un altro testo importante dell’antropologo inglese dei media, Nick Couldry che si chiama “Media rituals: a critical approach” ed è stato pubblicato nel 2003 che ci aiuta a comprendere quella grande difficoltà che i media hanno nel costruire legittimità, nel costruire il collante del potere politico, poiché nel momento in cui un potere politico sovrano non è legittimato come tale è un continente alla deriva destinato a dissolversi per la propria incapacità di ancoraggio. All’interno di questo testo Couldry sottolinea come i media siano creatori di rituali tanto più importanti nel momento in cui questi rituali sono politici, in quanto produttori di vicinanza e legittimazione del sistema politico. Un esempio tipico è il funerale dei soldati morti in Afghanistan che è un rituale pubblico e che non è solamente un rituale di dolore, ma che è anche un rituale di conferma della forza e della bontà del potere politico che lo esercita. Il rituale è un elemento fondamentale della riproduzione del potere politico. Tramite le funzione del rito il potere politico avvicina la società, la rende partecipe delle proprie esigenze e costruisce un elemento di unità. Il rito tiene ferma ed unita una società! Nel momento in cui nasce l’antropologia nasce questa considerazione. Couldry fa una considerazione estremamente interessante: egli ritiene che la forza sociale di questo genere di miti è assicurata dai media perché solo essi riescono a rendere questi riti politici e politicamente fondanti. Couldry però si rende anche conto che questo genere di riti sono sempre meno centrali nell’audience e quindi nella popolazione. Questo è un elemento di capacità di lettura della crisi della legittimazione del potere politico tramite i mass media.
Il potere politico, nel momento in cui inventa il mass media come produttore della propria legittimazione, usciva già da una profonda crisi di delegittimazione dettata dai ritmi delle lotte degli anni ’70. In quanto il potere politico scopre la via della legittimazione mediale e la scopre per risolvere la propria crisi. Couldry è un autore che comincia a capire l’emergere di una nuova crisi, la crisi del livello di legittimazione mediale e spettacolare, che a sua volta era risoluzione di una crisi precedente. Mentre nella comunicazione politica si risponde all’assenza di centro reinserendosi sempre più nelle tecniche di estrazione del consenso elettorale, cercando sostanzialmente quel tipo di potere che garantisce ulteriore potere senza però domandarsi più se questo potere abbia radici nonostante vi siano forti segnali in questo senso all’interno della disciplina stessa, è interessante vedere in Couldry la conferma di questo genere di tematica, ovvero di una nuova incapacità da parte del dispositivo dei mass media di produrre legittimità, la quale era stata a sua volta messa in crisi nella generazione precedente.
Sia chiaro, che io non sto leggendo questo quadro facendo un discorso pre-rivoluzionario, ed annunciando l’emergere di una situazione insurrezionale. Sto semplicemente delineando dei punti di rottura di un dispositivo che secondo una lettura falsamente intuitiva sembra essere disseminato su un interà società e sembra essere senza uscita. Quello che invece vediamo dalla stessa dimensione delle discipline del dominio è un altra cosa: ci rendiamo conto che già all’interno delle discipline del dominio, questo dispositivo creato da queste due grandi tecnologie di potere, cioè la legittimazione mediale e la legittimazione della microfisica del potere medialmente trasmessa, ha delle linee di frattura che sono tipiche della nostra società, ovvero sia la creazione di zone di opinione pubblica in assoluta secessione rispetto al potere centrale, il che significa la creazione di pratiche socialmente secessive ti tipo autistico e una secessione ti tipo creativo.
Le risposte che ne derivano da parte delle tecnologie del potere sono a loro volta di tipo autistico perché la stessa disciplina della comunicazione politica, che è una scienza del potere contemporaneo, nel momento in cui registra questi fenomeni, va a cercare quelle sacche di potere politico, nel tentativo di estrarre potere e consenso dalla dinamica elettorale senza più domandarsi se in essa esista più una radice di potere politico. Allo stesso tempo noi vediamo che gli stessi grandi rituali riescono a produrre sempre meno legittimità, e questo è grave perché le dinamiche di produzione di legittimità via media era stato uno degli elementi risolutori delle crisi delle precedenti generazioni nelle tematiche di erogazione della complessità. Quindi come vedete il panorama del rapporto tra media e società non è affatto equilibrato ed i media si dimostrano non essere al centro della società.
Al contrario essi sono semplicemente al centro dei grandi processi di verticalizzazione del potere, sia di quello biopolitico sia di quello politico-sovrano. La società resta comunque coinvolta in dinamiche secessive per cui tendono a crearsi isole di comunicazione o di tipo autistico o di tipo creativo. Questo apre delle contraddizioni nel campo del nemico e per questo il nostro autunno è molto diverso dall’autunno 1980. Allora, ciò che si vedeva, era la fine di un ciclo politico e sociale e l’inizio di un ventennio di completo dominio capitalistico sulla società. Ciò che invece vediamo nel nostro autunno è che questo potere genera linee di frattura proprio negli assi portanti del dominio: la capacità di produrre legittimità, la capacità di fare un centro, la capacità di fare connessione, la capacità di tenere assieme aree metropolitane e corpi sociali. Dobbiamo avere ben chiaro che il quadro del potere capitalistico dal punto di vista della comunicazione mediale non è affatto equilibrato ed è a rischio di fratture e di scosse telluriche.
È necessario capire quali sono i punti di forza, se ci sono e dove sono. Alcuni di questi sono gli elementi di autismo e secessione presenti nella società che hanno dei propri dispositivi di comunicazione. L’intelligenza del politico non è però quella di cavalcare questi elementi di autismo e di secessione semplicemente dando loro libertaria capacità di sfogo. È un itinerario destinato poi ad esaurirsi.
La capacità del politico è di dare a questi elementi di secessione forza animale, capacità dirompente, invertendo la direzione dall’elemento di allontanamento a quello di attacco agli elementi centrali del sistema. In sintesi quindi la capacità del politico è quella di trasformare questi elementi di secessione in elementi di attacco invertendone la dinamica che li anima.
Da questo punto di vista è interessante capire qual’è la parola d’ordine dal punto di vista delle politiche comunicative, per il movimento, di fronte ad un simile scenario. Una scenario che prevede una dimensione di dominio, che ha suo al centro grandi processi di verticalizzazione del potere, e una dinamica secessiva di tipo autistico e creativo.
Da parte mia, trovo utile usare e rielaborare uno slogan di origine focaultinana: “Bisogna di nuovo difendere la società”. Nel ciclo di seminari “C’è bisogno di difendere la società” di fronte all’emergere delle tecnologie di potere neo-liberali lancia come programma teorico quell’elemento di critica del dominio in grado di far sviluppare nessi di società e di socialità e di resistenza alle dinamiche del dominio.
Se c’è una categoria di cui preferirei fare a meno è la categoria di resistenza, perché tale categoria è legata ad una situazione di stallo e richiama molto alla guerra di trincea, all’idea che due parti guerreggiano l’una contro l’altra separate da una terra di nessuno che è la vita. Il conflitto non si risolve mai nella guerra di resistenza. A mio avviso nelle società contemporanee l’elemento di resistenza o è destinato a decadere velocemente (come abbiamo visto per molti movimenti) oppure è assolutamente inutile perché descrive uno stato non riproducibile nella nostra società.
Il punto che vorrei quindi sviluppare è quello di difendere la società costruendo elementi di attacco rispetto a questo sistema centrale del dominio mediale, che come abbiamo visto da un punto di vista strutturale non è affatto in salute, ma subisce forti dinamiche centrifughe alimentate anche da quell’elemento fortemente dirompente che è la crisi economica. È necessario ripensare lo schema di difendere la società rispetto a quelle che sono le dinamiche di socializzazione contemporanea.
A mio avviso si difende la società in due modi: il primo è pedagogico (permettetemi l’utilizzo di questa categoria), il secondo politico.
Difendere la società in senso pedagogico, significa far imparare alla società come costruire i propri nessi di comunicazione, sia come strumento di socializzazione, che come strumento di lotta. Con questo ritorniamo al problema del nostro “autunno 1980″, ovvero la questione degli insegnanti di cui parlavamo in apertura. Visto che stiamo parlando di queste cose all’interno di una dimensione non accademica, ma profondamente politica vi faccio un esempio. Il lavoro politico rispetto agli insegnanti è questo: innanzi tutto insegnare l’importanza della dimensione urbanistica. Una categoria di un centinaio di persone che non si riunisce all’interno di una grande fabbrica come per esempio fanno gli operai delle fabbriche dismesse ha bisogno di un luogo dove riunirsi (che non è il sit-in di fronte al provveditorato). Ha bisogno di una tenda, di un gazebo, di una sorta di piazza Tiennammen visibile nei proprio territori ogni giorno. Questo è un elemento primario di ricomposizione territoriale e di nessi di socialità. Oltre a questo ha bisogno di una propria rete di comunicazione in grado di comunicare con gli altri soggetti presenti sul territorio. Infine, ha bisogno di una strategia di attacco mediale al media mainstream del proprio territorio e della dimensione nazionale, nel momento in cui si federa con altre realtà.
Questo è l’elemento pedagogico di ciò che chiamiamo difendere la società, cioè fornire alla società gli strumenti di autodifesa comunicativa che sono capacità di costruzione di relazioni ma anche capacità di intervento politico. A differenza degli anni 70 dove tutto ciò avveniva spontaneamente, in forme che potremmo evocare facendoci anche qualche grassa risata, perché oggi sarebbero condannate da buona parte della società . Questo elemento pedagogico non vuol dire portare il sapere dall’alto verso il basso ma significa mettere in connessione ciò che potenzialmente è connesso, cioè basta portare l’ultimo cavo, che connetta l’abitazione alla rete. E questa non è mai un’operazione esclusivamente tecnica, è un’operazione di pedagogia politica che comporta l’idea che in questo modo si difenda la società.
Però, qual’è ciò che è potenzialmente già in atto? L’idea che la società nel momento in cui entra in profonda crisi, non tanto di valori, che non esistono, ma soprattutto una crisi economica, riscopre le proprie dinamiche di secessione e le proprie dinamiche di autismo, che spesso si somigliano da questo punto di vista, bisogna saper cavalcare queste dinamiche dando loro quell’elemento di pedagogia politica, che oggi è fornire loro la capacità di comunicare. D’altronde questa capacità c’è in questi soggetti: qualsiasi tipo di insegnante precario ha il suo cellulare, ha il sito facebook degli insegnanti, però manca qualcosa. Abbiamo delle categorie di precari, uso quella degli insegnanti perché è molto utile, che o comunicano troppo su internet, o hanno solamente una presenza di piazza, o sovrappongono tutt’e due queste dimensioni senza essere mai dirompenti. Lo vedete che il materiale c’è, si tratta però di saper fare un’operazione politica per ricombinare tutti questi elementi perché siano dirompenti.
La seconda operazione che non è più di pedagogia politica ma è proprio politica, è la capacità di saper orientare grandi campagne, non solo di critica, ma soprattutto di delegittimazione del mainstream. Non è tanto importante delegittimare il media mainstream sul minutaggio dei telegiornali: cambia poco se fanno vedere 30 secondi Cicchitto e 15 secondi Franceschini , la cosa cambia a livello di ceto politico, perché tra 30 secondi e 15secondi si misura il potere di apparizione di un politico rispetto a un altro. L’elemento più importante di critica al mainstream è cominciare a lavorare la dove si producono le grandi figure sociali di oggi: i reality, i telefilm, la fiction generalista, è li che si mette in discussione il potere, è questo l’elemento strategicamente politico, è li che si fa critica del biopotere.
Quindi saper connettere questi due elementi ovvero quello che ho chiamato una pedagogia politica (prendendomi a schiaffi nel momento in cui l’ho pensato, perchè il tema pedagogia ha una torsione autoritaria) ,però il concetto di pedagogia rende l’idea di un intervento dall’esterno che è legittimato in termini di solidarietà sociale e di ricomposizione politica. Dobbiamo avere un intervento esterno, nel momento in cui chiamiamo i precari e gli diciamo scusate, ma che cazzo fate: per questo genere di lotta il tipo di metodologia che state seguendo, per quanto generosa, vi porta a sconfitta sicura, questa è la metodologia per ottenere una capacità di mobilitazione che sia all’altezza delle vostre esigenze materiali. Questa è pedagogia politica o se preferite l’esercizio di avanguardia, non è che sia qualcosa di differente. E invece, sempre nella dimensione che bisogna difendere la società, c’è un elemento importante: quello politico. Quello di saper intervenire non tanto e non solamente su una dimensione di notizie, anche se ci sono momenti in cui 30 secondi di una dichiarazione e 15 di un’altra su un telegiornale, me ne rendo conto, sono politicamente importanti, però l’elemento strategico, quello che mette veramente a crisi l’asse centrale del sistema molto più che le secessioni di cui vi stavo parlando, è intervenire sui grandi centri di produzione del biopotere che passano attraverso l’intrattenimento, è li che si deve esercitare la crisi, soprattutto sui giovani.
Quando dico giovani intendo i soggetti della ricerca di cui vi parlavo precedentemente, cioè la fascia tra i 6 e i 18 anni che ha una sola grande maestra: la televisione. Su questo genere di stili e ad esempio sugli stili che addestrano le casalinghe ad essere tali, che addestrano i cassa integrati a essere casalinghi, perché non esistono più socialmente, cioè su questi grandi stili che non producono solo biopotere ma soprattutto comportamenti, su questo punto la critica e la disgregazione di questi stili è politicamente all’ordine del giorno, cioè vale la critica dell’economia politica, per comprendersi da un punto di vista materialistico.
Quindi, di che cosa ho parlato oggi: di questa domanda fondamentale, se i media fossero o meno al centro della società. La risposta è no, e ci siamo accorti perché no. Perché, semplicemente, nelle società mediali, si sono create dinamiche di secessione, dinamiche di disgregazione di vaste fasce anche autistiche della società, che fuggono dal centro. Questa osservazione nell’ottica di rispondere a una domanda fondamentale: perché di fronte al massimo di crisi abbiamo il minimo di antagonismo? Questa è una domanda che chi fa politica si deve porre all’ordine del giorno. Perché ancora questi dispositivi di biopotere, questa capacità di costruire sovranità da parte del mainstream è egemone per una buona fascia della società, però sappiamo anche che questa dinamica è continuamente messa in discussione e in erosione da parte di quella stessa società che tramite nuove tecnologie di comunicazione produce dinamiche di differenziazione e separazione, quindi nel momento in cui parliamo di difendere la società significa da una parte accentuare queste dinamiche di separazione, queste dinamiche di differenziazione rispetto al centro, che sono strutturali, che sono osservate dagli stessi analisti sistemici, di accentuarle ma anche di invertirle di segno e di senso indirizzandole verso il cuore del sistema che mostra la sua crisi, non solo economica, da questo punto di vista.
Quindi difendere la società ha questo senso: valorizzare e potenziare le reti comunicative e quelle sociali esistenti, per indirizzare questo potenziale che al momento è solo secessivo, è tutto sociologico, è tutto antropologico, ma non è ancora politico. Non solo, dal punto di vista politico produce il minimo dell’antagonismo, per indirizzarlo invece verso le dinamiche di centro. Ho dato una lettura che dal mio punto di vista è produttivamente ambigua, cioè parla di categorie della comunicazione sovrapponendole alle dinamiche sociologiche, avendo però ben chiara una dimensione politica di questo contesto. In ultima istanza, alla domanda i media sono al centro della società? Rispondiamo no, e possiamo dire fortunatamente, perché c’è una possibilità di rottura implicita di queste dinamiche.
















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