Un breve commento sulla vicenda Google-ViviDown by InfoFreeFlow
27.02.2010 Tre dirigenti di Google sono stati inchiodati al banco degli imputati per l’affare Vividown che li vedeva indagati per violazione della privacy e calunnia come conseguenza della mancata rimozione dal network di Google Video un filmato risalente al 2006. Protagonista un ragazzo down brutalmente vessato da dei coetanei in una scuola di Torino.David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia e ora senior vice president, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy; Peter Fleischer, responsabile policy Google sulla privacy per l’Europa sono stati ritenuti colpevoli dal giudice Oscar Magi di uno dei due reati loro attribuiti (violazione della privacy) e condannati a sei mesi di carcere con sospensione della pena.
Riassumendo in poche parole: il tribunale di Milano ha affermato la responsabilità di Google sui contenuti immessi dagli utenti sulle reti di sua proprietà. Il “Gigante Buono” non va dunque considerato come una scatola vuota o un mero condotto di diffusione dell’informazione, ma deve essere posto sul medesimo piano giuridico di qualsiasi altro editore.
Ci pare improbabile calarci in un ruolo di azzeccagarbugli che non ci appartiene, né vogliamo unirci al totoscommesse sulle motivazioni della sentenza. Ugualmente non ci lasciamo appassionare da suggestioni in salsa ER sull’aviaria o sull’ultima sindrome cinese, très à la page bien sûr, ma cariche di molto sensazionalismo e poca sostanza.
Trasversale a tutti i regimi politici, la smania di controllo della rete da parte di governi, servizi, polizie ed istituzioni militari di tutto il mondo punteggia un arco temporale di almeno 15 anni: dopo il fallimento del “Communications Decency Act” clintoniano del ’96, una prima teorizzazione di tale necessità venne definita dalla Rand Corporation, think thank ufficioso del Dipartimento di Stato USA, che individuava tra le caratteristiche più preoccupanti del defunto movimento no-global la sua capacità di espandersi e moltiplicarsi, facendo proprio l’uso dei network informativi globali.
Un paradigma questo che è stato causa ed oggetto di un durissimo scontro tra “vecchia nobiltà” e “nuova borghesia” per il dominio su uno dei mercati chiave del capitalismo globale, quello che produce linguaggio e significato. Dalle due parti della barricata si fronteggiano differenti forme di capitale che negli anni hanno dato vita ad una messa a valore dell’informazione seguendo strategie d’impresa differenti: un modello industriale di produzione centralizzato ed ancorato alle vecchie leggi proprietà intellettuale (mutuata in un virus trojan di controllo della rete) ed uno che invece esige “libertà” di circolazione, manipolazione e remix dell’informazione e di oggetti culturali preesistenti.
Quello partorito sotto le appuntite guglie del duomo è comunque un precedente dal carattere eccezionale che trova non a caso i suoi natali nell’anomalo panorama mediatico italiano segnato dall’ingombrante presenza del network Mediaset, il cui management privato risiede nei palazzi di governo. Non desta troppo stupore vedere “ex-soubrette”, AD, portaborse, uomini della SIAE e magistratura esibirsi in riverenti salamelecchi, tesi ad assecondare i giustificati timori di un’ intera classe politica ed imprenditoriale preoccupata di veder venir meno un potere ed un ruolo di mediazione all’origine di 20 anni di fortune politiche ed economiche.
Allo stesso tempo riconoscere la responsabilità degli intermediari dell’informazione sui contenuti pubblicati dagli utenti significa porre le basi per imbrigliare tra lacci e lacciuoli burocratici la nascita di reti altre (e non si tratta di “semplici” piattaforme tecnologiche), magari organizzate, in grado di immaginare rappresentazioni e luoghi autonomi.
Sia chiaro che tale cultura, piaccia o meno, rimane in questo momento sotto la cappa di un’egemonia liberal-liberista: un velo candido di ardente libertarismo che nasconde diverse contraddizioni irrisolte, pronte ad esplodere una dopo l’altra come bubboni infetti.
@google was not there to support #thepiratebay. Now they get to taste the same shit. 8:46 AM Feb 24th via web brokep Peter Sunde
Dopo aver preso le distanze da PirateBay (messa alla gogna nel 2009, perché come Google ritenuta responsabile delle attività dei propri utenti) ed aver fornito alle autorità di Pechino le sue tecnologie come strumento nella repressione dei dissidenti (riconoscendo la necessità di rispettare le leggi locali indipendentemente da un loro eventuale carattere “democratico”), Big G grida ora alla censura denunciando una violazione di principi e libertà fondamentali in grado di mettere a repentaglio la vita stessa in rete, almeno per come l’abbiamo conosciuta finora. Principi e libertà che Mountain View aveva ritenuto utile mettere frettolosamente da parte per ritagliarsi una presenza strategica negli sterminati e popolosi mercati del sud-est asiatico.
Contraddizioni che, anche nel momento in cui saranno risolte con un sostanziale riallineamento degli assetti attuali a favore dell’anarco-capitalismo informativo, sono destinate a lasciare aperte questioni vecchie – come la privacy e la sorveglianza messa in atto sulle infrastrutture centralizzate del cloud computing e nuove – come la net-neutrality e la sistematica espropriazione del valore creato dagli utenti, disperso nei nodi di una filiera che foraggia chi detiene l’accesso ai gate dell’informazione prodotta da altri.
















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