Archivio per la Categoria “movimento”

[Editoriale di www.infoaut.org ]In questi giorni si è fatto un gran parlare di un episodio di scarsa rilevanza politica, sociale e persino sanitaria, il ferimento alla gamba di un dirigente dell’Ansaldo, a Genova. Il ministro Cancellieri lancia messaggi intimidatori ai movimenti, mentre il povero Bersani rispolvera tentativi di limitare l’espressione del dissenso, degni di una Germania d’Autunno da operetta. E noi, che facciamo? Beh, non possiamo che mandare i nostri auguri a loro e a Monti, che vive in un paese pieno di disagio sociale: riusciranno i nostri eroi nella titanica impresa di convincere le italiane e gli italiani (e le immigrate e gli immigrati) che un vita migliore è compatibile con la loro presenza in questo sistema solare? Ben altre, rispetto al ferimento di Genova, sono le preoccupazioni reali delle persone che, in un modo o nell’altro, vivono cercando di pagare un debito, o cercano un lavoro che permetta loro di arrivare alla fine del mese. Lo dimostra il fatto che dalle agenzie delle entrate a Equitalia, dalle sedi di comuni e regioni alle ferrovie, fino alle curve degli stadi, la casta italiana e i suoi tentacoli strozzinari sono sotto attacco diffuso con manifestazioni, contestazioni, incursioni e assalti: l’Italia degli sfruttati ribolle di rabbia. La casta giornalistica è, in questo scenario, tutta votata al tentativo di fornire alle vittime una distrazione dai propri problemi, al costo di 1.50 euro (o del canone RAI, o di un quintale di pubblicità): in questi giorni i suicidi e le manifestazioni sono diventati notizie datate, presto lo diventerà anche la rivendicazione del ferimento di un manager.

Distrazioni che durano poco, il tempo della lettura di un articolo, il tempo per gli infermieri di estrarre una pallottola. Bersani si è ricordato degli operai, all’epoca della riforma del lavoro, recandosi in visita all’Ansaldo per dire loro che occorre fare attenzione “alle parole che si usano”, affinché i “terroristi” non abbiano “l’acqua in cui nuotare”; la Cancellieri ne ha approfittato per attaccare il Movimento No Tav, “madre di tutte le preoccupazioni”. Gli squali della politica sanno che l’episodio di Genova non ha alcuna connessione reale con le proteste sociali che hanno luogo in Val Susa come a Genova o nel resto d’Italia, da Napoli a Termini Imerese; ma sanno anche che l’eco del gesto può essere usata contro di esse. State zitti adesso, e sentitevi controllati – dice la politica di palazzo – in Val Susa e altrove. Ma non è così che funziona: non stiamo e non staremo zitti, e queste dichiarazioni sono espressione della difficoltà che il governo ha con il carattere capillare delle proteste vere, quelle sociali, e della necessità di trovare occasioni buone per (1) instillare la paura dei movimenti e dei militanti antagonisti nella popolazione, affinché li percepisca come dei fanatici pronti ad agire come solitari, anche in contrasto con le sensibilità di chi sta iniziando a far sentire la propria voce e (2) sbandierare una maggiore militarizzazione degli spazi urbani, che sarà in realtà inesistente, per ridurre invece ulteriormente l’agibilità del dissenso con i già notevoli effettivi dispiegati sul campo, ben prima di questo episodio.

Questo non vuol dire, si badi, che dietro l’azione di Genova sia da vedersi una “mano occulta”, magari legata genericamente “allo stato” o “ai servizi”. Tutt’altro: c’è la mano di chi, prigioniero del proprio autismo più che delle indubbie coercizioni della società contemporanea, ha creduto con questo gesto di poter insegnare qualcosa ai movimenti e ai militanti che agiscono nelle lotte. Non agli altri, si badi: della società multiforme e complessa, meraviglioso bacino di insorgenza delle lotte, unica possibile fonte del cambiamento, nulla interessa alla FAI. Il “consenso” e i “cori in mezzo ai cortei” sono cose da poveracci, perdite di tempo: molto più sensato è il bel gesto “nichilista”, l’illuminazione che viene da chi ha avuto il colpo di genio di comprendere ciò che nessuno aveva compreso. Impostazione quanto mai ideologica, e presuntuosa, intrisa di quell’individualismo esasperato e venato di narcisismo che vede, con la tipica declinazione di una dottrina astratta, semplici casi di “alienazione” (politica? mentale, forse?) nelle altre forme di protesta.

Allora anche un episodio irrilevante può essere occasione per ricordare – non lo si fa mai abbastanza – che la distruzione dell’esistente, se mai sarà possibile, sarà prodotta da mutamenti nei rapporti di forza in seno alla società, che siano in grado di provocare una trasformazione della società tutta. Non possiamo sapere se riusciremo in questo intento, né quando ci riusciremo, ma sappiamo che soltanto allargando i margini della rabbia, coinvolgendo nuove persone (migliaia, milioni di persone) nelle proteste, riproducendo forme di resistenza diffuse e di massa avremo chance di vittoria. Tutto il resto è guardarsi l’ombelico pensando di fare altro, e magari guardarselo in televisione, come chi ha scritto la rivendicazione in questi giorni sta facendo: i media, grande satana contro cui spesso si scagliano i (grezzi) strali di alcuni, diventano unico interlocutore di fatto per pratiche pensate esclusivamente entro una consapevole cornice spettacolare, e dunque prive di qualsiasi autonomia sul piano del rapporto tra forze vive e merci. Un’ambivalenza, quella dei media, e quella dell’autonomia delle pratiche dalla loro vendita narrativa, che vive chiunque agisca nelle lotte; ambivalenza che si annulla là dove chi agisce desidera di fatto scomparire interamente dentro i meccanismi della notizia o del flash, come accade in questo caso e come era già accaduto, su altri versanti, ai tempi dei finti scontri a mani alzate contro (?) la polizia.

L’indipendenza della prassi dalle forme di mera rappresentazione del conflitto, e della sua riproduzione esclusivamente commerciale, è un presupposto, a ben vedere, dell’affermazione rivoluzionaria dei soggetti sociali, che è tale soltanto se è di massa: dell’autonomia, del comunismo o dell’anarchia di quattro sfigati non importa niente a nessuno. Accostare antagonismo e consenso dovrebbe essere, anche per questo, l’ossessione quotidiana di un militante o di una militante rivoluzionari: se non altro perché il potere democratico/consumistico cerca da sempre di impedire il pericoloso connubio tra desiderio di trasformazione e contaminazione sociale di questo desiderio, ben sapendo che in questa idea soltanto è scritta la parola della sua fine. Ogni giorno, in ogni pratica di liberazione, di aggregazione sociale e di azione diretta, dobbiamo porci l’obiettivo di sfatare il mito per cui cercare consenso equivale ad ammorbidire le posizioni, mentre mantenerle antagoniste significa rinchiudersi in un ghetto e, questa volta sì, nell’alienazione (sociale: inavvertitamente o con entusiasmo, a seconda delle ideologie di provenienza). Se insistiamo sul concetto di autonomia, fino a scriverne il nome sulle nostre bandiere, è perché desideriamo abbastanza la distruzione dell’ordine esistente delle cose da porci effettivamente, e senza simulazioni, il problema della sua realizzazione: i soggetti delle lotte devono riuscire a sperimentare forme di mobilitazione che incrinino i rapporti di forza esistenti nella società. Là dove non ci sono soggetti sociali, ma monadi individualistiche, e non ci sono lotte o conflitti, ma gestualità spettacolarizzanti, la questione dell’autonomia neanche si pone. E ciò per un motivo semplice e importante, che è il vero fulcro di tutta questa irrilevante faccenda: che là dove regna l’autismo non si pone, in primo luogo, il problema della vittoria.

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[da Infoaut-Storia di Classe] Il 12 Maggio 1977, il colpo mortale dalla calibro 22, a soli 19 anni, Giorgiana lo ricevette dalle “Squadre speciali di polizia” sotto gli 12 maggioordini della violenta e feroce repressione del ministro degli interni e capo della Gladio, Cossiga.

In quel giorno a Roma, il Partito Radicale organizzò una manifestazione in Piazza Navona, per celebrare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio. Opponendosi al divieto imposto da Cossiga, di manifestare per chiunque non facesse parte della cerchia istituzionale, caldamente accolto dall’asse del “compromesso storico” DC-PCI; i manifestanti si riversarono nelle piazze.

Quel lungo pomeriggio vide la resistenza alle numerose cariche, le molte barricate erette vicino Campo dei Fiori e il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che quel giorno raggiunsero il numero di circa 5000 tra poliziotti in assetto antisommossa schierati a reprimere ed agenti in borghese infiltrati con pistole e spranghe.

L’omicidio di Stato si compì nei pressi di Ponte Garibaldi ,dove due grosse motociclette dei vigili urbani montate da tre vigili in divisa e un uomo in borghese, arrivarono sul lungotevere all’angolo con piazza Belli. Un vigile scese, impugnò la pistola e sparò ad altezza d’uomo, in direzione dei dimostranti in piazza Belli, dove Giorgiana venne raggiunta da un proiettile.

Le testimonianze sono concordi: i colpi vennero sparati da ponte Garibaldi, dove in quel momento, al centro, si trovavano carabinieri e poliziotti appoggiati ad una o due autoblindo.

Queste le parole di Lelio Leone, a testimonianza dell’accaduto: Ho assistito personalmente al momento in cui Giorgiana cadeva. Siamo arrivati all’imbocco del ponte Garibaldi nel momento in cui la polizia arretrava verso Largo Arenula. Ci siamo spinti in avanti, fino alla metà del ponte, proprio al centro. La polizia intanto caricava alcuni compagni che scappavano nella direzione di Largo Argentina. Sul ponte non c’era nessuno. Saranno passati un paio di minuti e la polizia è tornata indietro, caricano un’altra volta nella nostra direzione. Ci si è fermati prima all’imbocco del ponte, dall’altra parte di Piazza Sonnino. Poi la polizia ha caricato una seconda volta… con le autoblindo. Correvano ed hanno sparato molto; pochi lacrimogeni e molti colpi di arma da fuoco. Insieme a me in quel momento c’erano una decina di altre persone. Gli altri compagni, all’altezza di largo Sonnino stavano formando delle barricate con delle auto. Abbiamo avuto difficoltà a scappare oltre queste barricate che dietro di noi i compagni avevano eretto. Lì c’erano mille compagni che scappavano. Assurdo dire che i colpi siano venuti dalla loro parte: io ero uno degli ultimi ed ho visto tutti con la schiena voltata. Sono stato colpito ad una gamba da un lacrimogeno, mi sono piegato e sono stato costretto a voltarmi. Ho visto tutto: una compagna, Giorgiana, correva ad un metro e mezzo da me. E’ cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi, a me sembrava inciampata. Poi l’abbiamo soccorsa e caricata su una Appia. L’abbiamo portata all’ospedale. Una cosa voglio sottolineare. Giorgiana era vicino a me, in un gruppo che scappava oltre le barricate che un migliaio di compagni avevano fatto più avanti. Radio Città Futura ha detto che è stata colpita al ventre: la cosa mi ha lasciato molto perplesso. I colpi venivano solo dalla parte dove c’era la polizia. Assieme alla polizia c’erano molti in borghese. Quelli in divisa erano sulle autoblindo, con le finestre aperte. Alla metà del ponte ci sono due rientranze in muratura: lì si sono appostati quelli in borghese, ed hanno sparato.”

Le indagini che seguirono la morte, videro l’avvocato Luca Boneschi battersi per la verità, ricavandone una denuncia per diffamazione dal giudice istruttore Claudio D’Angelo, che nel Maggio 1981 archiviò il caso.

Anni fa si tentò inu­tilmente di far ripartire il proces­so, consegnando un’istanza di riapertura dell’istruttoria, nella quale si puntava sulle molteplici testimo­nianze di chi aveva vi­sto le forze dell’ordine sparare ad altezza d’uomo su ponte Gari­baldi. Quel giorno in piazza c’erano quasi sessanta agenti senza divi­sa, molti di loro mai interrogati dalla magistratura, gli unici inter­rogati dissero all’unisono che erano arrivati a ponte Garibaldi a incidenti terminati.

Cossiga, in un’intervista del 25 gennaio 2007 dichiarò di essere una delle cinque persone a conoscenza del nome dell’assassino.

Paradossalmente, l’unico im­putato della vicenda Masi è rima­sto proprio l’avvocato Boneschi. Fu denunciato da D’Angelo per­ aver accusato il medesimo di non avere fatto abba­stanza per pervenire alla verità.

Com’è accaduto e accade troppo spesso in Italia, non si è mai trovato il colpevole.

A Giorgiana :

“Se la rivoluzione di Ottobre fosse stata di Maggio,

se tu vivessi ancora,

se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio,

se la mia penna fosse un’arma vincente,

se la mia paura esplodesse nelle piazze,

coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,

se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,

se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande nella lotta di noi tutte donne, se…

Non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita,

ma la vita stessa, senza aggiungere altro.”

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Abituarsi al peggio è sempre sbagliato, per questo crediamo importante fare alcune considerazioni entrando nel merito dei fatti di ieri.

Scene come quelle a cui abbiamo assistito sono inaccettabili nella piazza sociale della manifestazione del primo maggio, e in qualsiasi altra situazione.

Giovani ammanettati a terra e poi fatti sfilare dentro il corteo, caccia all’uomo con le prede indicate dai dirigenti della questura, cariche ad personam e tentativi di fermi continui sono gli atti di una giornata che la questura torinese ha deciso di gestire in maniera chiara nelle intenzioni quanto mal supportata dall’organizzazione pratica.

A tutto questo si aggiungono due cose fondamentali accadute l’altro ieri, ovvero la presenza della polizia nel corteo in maniera pesante, finanche la scorta al sindaco Fassino che ha sfilato tra due ali di forze dell’ordine dalla partenza all’arrivo del corteo, durante il quale è stato contestato e fischiato metro per metro, compreso il comizio finale.

Dal mattino presto le forze dell’ordine e tutto il comando dirigente erano presenti al corteo con il chiaro intento di evitare figuracce al sindaco e al suo partito e fin dal primo accenno di contestazione si sono mostrati pronti a difendere l’indifendibile, ovvero il sindaco Fassino.

Ma difenderlo da cosa? Intorno alle 9.30 dagli studenti che si sono presentati al suo cospetto con striscioni, cartelli e megafono. Intollerabile per gli altolocati di via Grattoni che non solo hanno da subito fatto caricare gli studenti, ma si sono prodigati in prima persona a tentare di fermare i militanti con placcaggi stili rugby e con indicazioni precise su chi tentar di arrestare, anche senza motivazione, come poi si evince dal rilascio dei fermati, alcuni senza denuncia.

Arrivati sotto il Comune, ancora una volta abbiamo visto all’opera il braccio “slogato” della legge spingersi in quella solita solfa fatta di cariche e accanimenti contro persone precise che ben conosciamo.

Non è nostro stile, e non lo sarà nemmeno questa volta, fare le vittime di alcunché, riteniamo di aver interpretato correttamente lo spirito della giornata e di aver fatto quanto andava fatto, poi ci spiace per i tifosi della carta stampata subalpina, che a contestare sindaco e Pd non erano solo i 30 autonomi come hanno provato a far passare dalle ricostruzioni.

Né tantomeno dare a noi la responsabilità delle cariche e degli inseguimenti della polizia, perché nei video allegati a questo articolo, capirete come sono andate le cose.

La responsabilità sono tutte della Questura Torinese, dei suoi dirigenti, dei suoi vicequestori Tartoni e Sanna (colui che cavalcava la ruspa dello sgombero del presidio di Venaus nel 2005), del capo della Digos Petronzi , e della Digos stessa, che nella bramosia di difendere il potere non hanno nemmeno portato a casa il risultato.

Persino la politica istituzionale non ha saputo commentare la giornata, perché spiazzata dalla rabbia sociale dispiegata per il corteo e, vista la coscienza sporca, si sono limitati a frasi di circostanza.

La responsabilità di cui ci facciamo vanto è quella di essere parte delle lotte sociali e di parlare il linguaggio del conflitto, reale, nei luoghi, nei tempi e nei momenti dove va praticato.

A chi si mette in fila (o in battaglione) per difendere il potere lasciamo il proprio desolante destino, sapendo che ci troverete sempre nel giusto posto, laddove devono essere quelli che scelgono la lotta…e che dicono basta!

 Qui una video cronaca del primo maggio per fare chiarezza sui fatti.

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Rassegna video del Primo maggio:

QPQuotidianoPiemontese:

Il corriere.it:

Ilfattoquotidiano.it

 

Altri da YouTube
ASSALTO AL MUNICIPIO

InfoautVideo

TG3 1° Maggio ore 19:00 Fassino+ Bersani

La scorta di Fassino

Fassino&C contestati al corteo del Primo Maggio

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Da settimane, ormai, piazza

palazzo di città è gremita di gente che urla la sua rabbia verso una situazione insostenibile.

Maestre, insegnanti, operatori sociali, educatori comunali, studenti e famiglie, si ritrovano, quasi come appuntamento fisso, ogni qual volta si svolge un consiglio comunale.

Ad attenderli non trovano portoni aperti, politici disponibili a spiegare e confrontarsi, consiglieri sensibili alle difficoltà della popolazione.

Trovano poliziotti in assetto antisommossa, camionette, caschi e manganelli.

Il 1°maggio torinese è stata l’ennesima vergogna per una città stuprata e mandata in default da una classe politica ed economica inetta ed iniqua.

Il corteo dei lavoratori è stato aperto, per la prima volta nella sua storia recente, da un ingente spiegamento di forze dell’ordine che ha letteralmente scortato il sindaco Fassino, il suo compare Chiamparino e l’ex ministro Damiano, durante tutto il percorso. Fassino si è fatto largo, a suon di manganellate e scudi sciorinati in faccia ai lavoratori, tra i fischi e gli insulti di chi, da mesi, cerca risposte.

Hanno cominciato gli studenti borsisti, a cui è stato tagliato il diritto allo studio, la possibilità di quell’investimento che il ministro Fornero ritiene più importante della casa e che, però, vale solo per chi i soldi già ce li ha, e non per quelle migliaia di ragazzi che avrebbero il diritto di essere sostenuti nel loro percorso formativo.

E che assistono, proprio a Torino, all’investimento di 150 milioni di euro (finiti quasi esclusivamente nelle tasche dell’archistar Forstner) stanziati dall’ente regionale universitario, per realizzare la grande opera del nuovo campus-astronave.

La risposta alle domande degli studenti borsisti? Cariche della polizia ed arresti sconsiderati.

Dopo pochi metri, all’imbocco di piazza Castello, la stessa scena si è vista con i sindacati di base, a cui è stato impedito dalla triplice santa alleanza sindacale, di partecipare al corteo. Anche qui lavoratori e precari sono stati accerchiati dalle forze dell’ordine e spintonati via per permettere al podestà Fassino di passare indisturbato.

Disturbato lo è stato, qualche passo più avanti, dalle decine di operatori sociali che hanno srotolato striscioni e cartelli per denunciare l’incredibile scandalo degli stipendi non erogati, da agosto 2011, da parte del comune di Torino. Quelli stessi operatori che, dopo settimane di presidi davanti al comune, mai ricevuti, addirittura sbeffeggiati dall’assessore al bilancio Passoni che non ha avuto vergogna di sostenere che il comune paga regolarmente, questo 1°maggio riescono almeno a vedere in faccia ed ad esprimere la loro rabbia ed il loro sdegno verso chi (ed in questo caso è, più che mai, una responsabilità diretta del sindaco e del suo staff) li sta affamando. Alle loro spalle il segno dello sberleffo, l’enorme palco del Torino Jazz Festival, finanziato interamente, con oltre 2 milioni di euro, dal comune che non paga gli stipendi agli operatori del Welfare.

Pierino Fassino non si volta nemmeno, tiene la testa bassa mentre gli scudi della polizia lo proteggono in stile tartaruga romana.

Il corteo corre veloce, per permettere al sindaco un comizio veloce e, spera, indolore. Ma questo 1°maggio, evidentemente, nessuno ha più lo spirito per pazientare o sopportare.

Il comizio di Fassino viene investito da una bordata di fischi e tante urla che lo invitano alle dimissioni. Sono, in prima battuta, le maestre degli asili che proprio lui, con scelte e dichiarazioni al limite dell’idiozia (privatizzare la scuola è una ricchezza per la città…) ha provveduto a licenziare.

Privatizzando ciò che è più caro alle famiglie: gli asili nido, ovvero il primo step educativo per i bimbi, oltre che l’unica chance di lavoro per mamme e papà che non saprebbero come gestire la giornata dei loro figli. Già oggi gli asili pubblici sopportano meno di un terzo delle richieste, da settembre, con i tagli previsti dal comune, l’asilo sarà, di fatto, non più un diritto ma un privilegio per chi ha almeno 500 euro al mese per pagare i privati.

A loro, Fassino, ha dedicato una delle risposte più efficaci della sua lunga carriera politica: “voi siete gli stessi che lanciavano i bulloni a Trentin…”.

Dichiarazioni che hanno lasciato sgomenta una piazza già abbastanza esterefatta e schifata da ciò che era accaduto durante la giornata.

Era naturale, quindi, che all’arrivo dello spezzone sociale in via Roma, ricco di cittadini e contenuti, di voglia ed entusiasmo nell’estendere ed organizzare una lotta che non può che essere unita e radicale verso una politica bulgara ed ottusa, si accodassero tutte le componenti che hanno portato le loro rivendicazioni in piazza. Lele Rizzo, nel suo intervento all’angolo con piazza S.Carlo ha saputo coinvolgere tutti nel concetto più semplice e diretto che potesse esserci: le politiche imposte da governo e partiti all’unisono, non sono dettate da necessità, ma da una precisa scelta e direzione. Direzione che va verso l’arricchimento sconsiderato di banche e poteri forti e la rapida povertà della popolazione. Non ci stanno salvando, ci stanno distruggendo. Ed è giunta l’ora, prima che sia troppo tardi, di mobilitarci e lottare per un’alternativa radicale a questo sistema. Questa non è antipolitica è Politica, quella vera, quella rimette al centro i bisogni e le necessità della popolazione e dei territori e non la salvezza delle banche e dei grandi investitori.

Il re è nudo.

Con estrema naturalezza, quindi, il corteo non si è fermato in piazza S.Carlo, dove ha lasciato i funzionari prezzolati di partito, soli in una piazza vuota, per raggiungere Fassino la dove si nasconde da settimane, nel comune più indebitato d’Italia.  Nel fortino di Fassino, un corteo ampio e determinato ha resistito alla tonnara organizzata dalla questura di Torino, che ha chiuso in bellezza la giornata caricando disordinatamente e da tutti i lati studenti, precari, pensionati e lavoratori pur di non far affiggere sui pennoni dello stabile la bandiera No TAV, simbolo non solo di una vertenza territoriale ma di un modo diverso di far politica, di una resistenza che costruisce comunità, di una comunità che è capace di costruire un altro mondo possibile e necessario.

Ma le manganellate non hanno fermato il corteo che, alla fine, ha visto sventolare la bandiera biancorossa sul balcone del comune ed i volti sorridenti di Giorgio e Luca, ancora in carcere, contro qualsiasi ratio giuridica, perché militanti No TAV.

Il 1°maggio torinese ha saputo esprimere il senso tutt’altro che rituale di questa giornata, ha visto la partecipazione ampia e determinata di tante voci che si unite in un sol coro contro Fassino, i suoi accoliti e contro una democratura ormai svelata.

Ha visto i torinesi scendere in piazza per nulla pacificati.

Fassino ha incassato la solidarietà di Cicchitto e di Carossa della Lega, suoi nuovi amici di governo. “Ringrazio le forze dell’ordine che con intelligenza hanno contenuto i facinorosi, evitando conseguenze dannose per la città.” ha dichiarato il sindaco “Riconfermo l’impegno dell’amministrazione comunale di Torino e mio personale a perseguire con determinazione politiche e scelte volte a mantenere alta e qualificata l’offerta di servizi ai cittadini”.

I facinorosi sono i cittadini che gli pagano lo stipendio.

A lui ed alle decine di agenti che lo scortano.

Quelli stessi cittadini che faranno di tutto per impedirgli di perseguire con determinazione lo smantellamento dei servizi e del welfare.

La sintesi la lasciamo alla signora Iaia, pensionata settantenne del comitato di quartiere Vanchiglia, presa a calci dalla polizia durante il corteo:  “io di calci ne ho presi tanti, nella mia vita, e non saranno questi che mi impediranno di protestare e lottare. Andiamo avanti.  E facciamo in fretta, prima che ci lascino solo le macerie su cui piangere.”

Infoaut Torino

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Editoriale di +’militant per Infoaut.orgOggi il sindaco di Torino Piero Fassino e la politica dei sacrifici che rappresenta hanno compiuto le tappe della loro Via Crucis lungo tutto il percorso del corteo del Primo Maggio.
Un “percorso doloroso” costellato da contestazioni dalla partenza al comizio finale per un politico che metro dopo metro, nella sua insignificante gracilità, ha catalizzato la rabbia e il disgusto per questo presente fatto di austerity e sacrifici. Non senza colpe, sia chiaro, Fassino rappresenta in tutto e per tutto la storia che va dal Pci al Pd, e che lo vede oggi seduto nella poltrona più alta del Comune, svendere quel che rimane del welfare a Torino. Una città illuminata dalle Olimpiadi del Chiamparino “esageruma nen”, che non ha utilizzato il vecchio adagio piemontese in materia di debiti e derivati, e che oggi lo vede allegramente sedere sulla poltrona di Intesa San Paolo.
La città dove il Pd ha continuato a mantenere l’egemonia nell’arco istituzionale che sta svendendo i servizi pubblici, nidi e materne in primis, nel nome di un patto di stabilità che altro non è che l’ennesimo scaribarile per una politica impresentabile.
I Fassino, i Chiamparino, i Bersani insieme ai loro colleghi di partito e di sedi istituzionali sono i responsabili di questa situazione, dove le cooperative sociali falliscono vantando crediti dall’amministrazione comunale, dove i nidi vengono privatizzati, le materne chiuse.

E così Fassino ha fatto un bagno nella realtà e siccome non è mai presente in Comune quando precari, genitori e operatori sociali protestano sotto le sue finestre ecco che si è accorto dei tempi che viviamo.

Un “percorso doloroso” il suo, dove ha preso insulti, maledizioni, maleparole e, trascinato a passo stanco, circondato dalla polizia, ha raccolto tutto a testa bassa.
Persino le cronache dei giornali torinesi, isteriche nel difendere il sacro primo maggio unitario, hanno dovuto in corsa cambiare i loro articoli, che partiti con “gli autonomi contestano Fassino”, han dovuto correggere con “Fassino contestato dalla piazza”. Lavoratori, disoccupati, pensionati, giovani e chi più ne ha più ne metta ai lati, dentro e fuori il corteo hanno detto la loro al povero “Grissino”.
Senza polizia  nessuna agibilità per la politica nelle piazze delle lotte, nelle piazze del sociale! E’ questo che ha detto il primo maggio torinese, dove ancora una volta è il conflitto a parlare il linguaggio comune, non l’assemblea di fabbrica con il ministro.
E siccome i simboli sono importanti, vedere la bandiera Notav sui pennoni del Comune è cosa buona e giusta!

Fassino, Monti, Fornero, Passera, Bersani: la via crucis è cominciata, vediamo se questa volta finirà in maniera diversa e non sarà un povero cristo a finire sulla croce?

+’militant

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video intervista di uno dei feriti, Gianluca redattore di Infoaut.org

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