In questi giorni la città di Torino è stata attraversata da uno di quei grandi eventi che da alcuni anni ( 2006: Olimpiadi Invernali) tentano di ridefinirne l’identità urbana in chiave post-industriale e che pure servono a far girare un pezzo di economia cittadina già parzialmente investita dagli effetti della crisi.
La Biennale Democrazia (22-26 aprile) è solo il primo di una lunga lista di eventi che occuperanno lo spazio pubblico cittadino fino all’orgia celebrativa del 2011 per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unit
à d’Italia.
Osare una critica della democrazia

La trasformazione funzionale della rappresentanza popolare tende oramai a ripristinare, a un più elevato livello di sviluppo, l’antico rapporto di identità tra il potere politico-statale e quello economico-sociale. [...] Le masse stanno letteralmente al di fuori del sistema di tale identità e non costituiscono che il materiale della formazione della volontà politica.
(Joseph Agnoli, Le trasformazioni della democrazia)

Per cui la democrazia intanto non è un valore. Dalla definizione “la democrazia è un valore” traggo l’idea del suicidio del movimento operaio. Quando il movimento operaio ha detto questo, insomma, lì si voleva dire chiudiamo la storia del movimento operaio, questo era il     senso di questa affermazione. [...] il movimento operaio non è stato sconfitto dal capitalismo ma è stato sconfitto dalla democrazia.
(Mario Tronti, Per la critica della democrazia politica)


Le parole, i concetti, non hanno un’accezione fissa, unica ed immutabile, scolpita nella pietra, fuori della storia. Il linguaggio è un prodotto storico. La cosa è ancor più vera per le parole-chiave della politica moderna, da sempre campo di battaglia di avversi schieramenti. Esse nascono in un contesto che le forgia ed utilizza per un fine, definendone significato e direzione. La loro realizzazione storica non di rado ne cambia però accezione, sfumature, uso. Così è per il termine “democrazia”, senza dubbio il concetto che, almeno dal dopoguerra ad oggi, ha conquistato legittimità ed egemonia. Lungo questo cammino si potrebbe facilmente giungere ad un approdo in cui distinguere una forma buona (ideale) della democrazia dalle sue cattive realizzazioni storiche e pratiche.

Crediamo invece più utile e politicamente produttivo – specie oggi nel tempo di una crisi che è al tempo stesso sospensione sul baratro e possibilità di trasformazione – provare ad attrezzare una critica della democrazia proprio come valore.
La democrazia ha sicuramente avuto una funzione storica, politica e sociale di trasformazione (in alcuni casi anche rivoluzionaria) in un passato però già molto remoto, laddove essa era strumento di alterazione di vecchi equilibri, funzione del cambiamento, incarnazione di interessi nuovi.
Questo è però stato vero soprattutto per la borghesia, nella fase ascendente della sua affermazione storica come classe parziale (che si pretendeva però generale). Democrazia dunque come forma politica di affermazione della classe borghese.

Per poco che si scandaglino le esperienze storiche del movimento operaio e della lotta di classe senza paraocchi non si potrà non scoprire come esse non si siano mai espresse in forme democratiche. Democratico (ma non esclusivamente) poteva semmai essere il contesto in cui esse erano collocate.  Da parte proletaria la forza si è sempre piuttosto costruita con altre forme:  le lotte, per definizione, non hanno mai avuto funzione democratica, collocandosi semmai sul crinale della rottura degli equilibri. Le lotte non cercano il consenso, esprimono spontaneamente una forza; quando di questa forza prendono coscienza, provano ad organizzarla per scagliarla contro il nemico. Lo stesso sciopero è una forma di lotta per nulla democratica, che impone anzi il peso del lavoro organizzato in soggetto contro il ciclo della produzione capitalista. Altra cosa è il “diritto di sciopero” come pervertimento-normazione-istituzionalizzazione di un eccedenza. In questo senso Tronti scrive – a ragione – che la democrazia ha significato il suicidio del movimento operaio… non il suo uso tattico ma il consegnarsi ad essa come fine.
Dal punto di vista della trasformazione è semmai prioritario tendere al punto di saturazione e rottura in cui la forma democratica viene sorpassata/soppressa dalle forze che ha messo in gioco. I teorici del liberalismo avevano previsto anche questa eventualità. Gli attuali cantori delle virtù democratiche hanno invece  una concezione molto più ideologica, come se la democrazia non fosse un prodotto di particolari condizioni storiche ma forma immutabile  e perfetta, fuori dalla storia perché “naturale”.
E’ così che la democrazia da forma di governo (tra le altre) si riduce a mera tecnica della governance.

“La democrazia è… partecipazione”… davvero?

L’adagio nazional-polare che celebra la forma democratica nel grado di partecipazione che essa presuppone e garantisce è propriamente la falsificazione storica che è necessario criticare senza quartiere. La democrazia non è “partecipazione” o meglio, non è l’unica forma possibile, ci sono state altre partecipazioni, collocate dentro e contro la modernità capitalista: i soviet, i consigli, le assemblee di lotta autonome, fino ai più recenti tentativi di autogoverno messi in piedi dalle comunità resistenti che in mezzo mondo cercano di sottrarsi al comando statale.

Dal Dopoguerra ad oggi, la democrazia moderna occidentale (perché e di questa che si parla), esportata in Europa coi carri armati americani e via via nel resto del mondo, è stata la forma migliore con cui il sistema capitalistico ha governato-controllato la sfida di potere posta dalla classe operaia a partire dall’evento-1917 e lungo tutto il corso del Novecento. Non si può dimenticare che la cornice dello scontro di classe mondiale del secolo scorso era  definito da questa sfida e dal capitale politico che il 1917 rappresentava per gli operai e i popoli che nel Terzo Mondo hanno cercato una via per la loro liberazione. Keynesismo, Welfare State e tutto quello che ne consegue non sarebbero esistiti senza l’ombra di questa minaccia. Altro che conquiste democratiche, conquiste “strappate” alle democrazia, che giunge semmai in ultima istanza a contenere e mediare le istanze di liberazione dei soggetti costituitisi politicamente in istanze di lotta.

Da questo punto di vista la democrazia è allora più un sistema di sottrazione e limitazione che di reale liberazione. Altrove sta infatti la strutturazione del potere, altrove sta il politico!
Essa è piuttosto un sistema che costruisce la partecipazione di un’élite mascherando però le articolazioni reali del suo funzionamento con la foglia di fico ideologica della “partecipazione”.
E’ così che viene a costituirsi storicamente il teatrino parlamentare dei partiti e delle mediazioni istituzionali, soggetti a un sempre più progressivo ridimensionamento delle loro funzioni, inizialmente espressione politica di una parte o di una classe, oggi appendici esecutorie di amministrazione di un sistema che l’ideologia pretende immodificabile in quanto compiuto, perfetto, insuperabile.

La democrazia oggi: da stimolazione al consumo a merce di consumo

La democrazia ha dunque rappresentato il modello politico con cui l’Occidente ha organizzato il governo politico del capitalismo. Se la Democrazia è stata portata in Europa sui carri armati, essa si è da subito accompagnata alla promessa di un felicità garantita dalla ricchezza e dal benessere identificato nella società dei consumi.
La democrazia politica è dunque fin dall’inizio organica al capitalismo,  non solo in quanto ad esso subordinata come propaggine politica ma per l’accordo di fondo sulla misurabilità quantitativa. Quando si dice quantità si dice massa, massificazione, numero, maggioranza. Laddove il capitalismo produce merci in forma massificata, la democrazia produce e ricerca non la partecipazione ma il consenso di massa, della massa. La tanto celebrata virtù democratica della partecipazione delle masse alla vita politica altro non è in realtà che il loro annullamento e riduzione a numero.

Un evento come quello torinese chiude infine il cerchio: celebra la forma politica che ha espresso la società del consumo di massa riducendo essa stessa a merce-spettacolo da consumare, dove nullo è lo spazio per una partecipazione che non sia passiva e reificata, già confezionata per un pubblico ridotto a utente terminale.

Per quanti sono invece tentati dalla possibilità di una trasformazione reale, più che ragionare sulle riformabilità e purezza originaria di una forma invece reale perché compiutamente realizzatasi nelle nostre democrazie occidentali, suggeriamo di volgere altrove lo sguardo ed interrogarsi piuttosto sulle forme e i livelli in cui si svolgeranno le nuove sfide di una società molto presto compiutamente post-democratica ,dal momento in cui, proprio questa forma politica presto non sarà più sufficiente, né a garantire o difendere diritti sempre più residuali né, da parte sistemica, a permettere un comando effettivo all’altezza della complessità e profondità della crisi che abbiamo di fronte.

Infoaut_Torino

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