Finisce 7 a 6 per l’opposizione, ma se qualcuno ha il coraggio di chiamarla vittoria, si tratta davvero di una vittoria di Pirro. Il centro-sinistra ha perso in tutte le regioni realmente indicative (e che prima governava) lasciando, seppur per un soffio di voti, anche il Piemonte. Perdita che suggella davvero la cifra della sua sconfitta. La fotografia di queste regionali ci restituiscono un’Italia in cui: l’unico ad uscire realmente vincitore è Bossi e il suo partito; un Berlusconi che sopravvive nonostante tutte le traversie; una sinistra sempre più alla deriva; un PD che pur tenendo a livello nazionale perde nelle sue roccaforti (a scapito soprattutto di Grillo); una sinistra “radicale” che continua a brancolare nel buio senza scorgere la via per uscire dal baratro; un astensionismo alto che dà la misura della disillusione degli elettori (od ex) nei confronti della classe politica.
  • interviste e link al fondo dell’articolo

1) Avanti Lega!

La Lega Nord stravince, a scapito soprattutto del PDL, in tutto il Nord, ma anche nel centro Italia (arriva al 13,7% in una regione come l’Emilia), in Veneto addirittura sorpassa di quasi 11 voti percentuali il PDL (doppiando il centro-sinistra), attestandosi come primo partito con il 35,2% delle preferenze. Quasi appaiati Lega e PDL in Lombardia, mentre in Piemonte raggiunge il 16,7%. La Lega, dunque, come unico partito oggi realmente di massa sulla scena italiana ed il più vecchio dentro l’intero arco parlamentare. Un‘affermazione che era sicuramente prevedibile (come contreffetto agli scandali berlusconiani) anche se non in questi termini.
Una Lega che si cala nei territori, che parla un linguaggio semplificato ma proprio per questo comprensibile a tutti, che sa ascoltare e far leva su malumori, paure più o meno inconsce (fomentandole), in grado di creare un immaginario intorno a sé e ai suoi cavalli di battaglia, con slogan, motti, modi di dire che hanno una presa concreta.

Se questi sono i fatti, si pone allora l’urgenza di ripensare un’opposizione alla Lega che vada oltre le parole d’ordine e gli slogan coi quali la si combatte da più di 15 anni, quelli relativi al connotati razzisti (e a volte, neofascisti) che la contraddistinguono. Perché quella è solo la patina di superficie di uno scontento molto più profondo di pezzi significativi di classe sociale media e medio-bassa, concentrati soprattutto nella sterminata pianura padana non-metropolitana (in Piemonte è soprattutto la rivincita delle Province contro il capoluogo), nemica dello stato-fisco e dei nuovi barbari alle porte (ben accetti però al leghista-padrone quando si presentano come mano d’opera sotto-pagata).
La lega nomina interessi e percorsi chiari per un blocco sociale trasversale, esprime una forza che fa leva sull’egoismo delle persone (che diventa sopravvivenza in tempo di crisi), con una capacità di appello molto forte dentro il progressivo spaesamento dei riferimenti simbolici e il continuo scollamento in atto dall’interno della società (crisi della rappresentanza, delegittimazione del ceto politico…etc). Lega che vince perché sa dare un nome alla crisi, fornendo le sue particolari risposte alla paura di progressivo scivolamento verso il basso di pezzi consistenti di paese.
Un partito-movimento (sempre più partito,sempre meno movimento) ancora in grado, dopo più di 20 anni, a presentarsi come “antipartito”, nemico di Roma ladrona, paldino dei sentimenti popolari contro la casta. Ora siamo alla prova dei fatti: comandano ovunque. A quanto pare anche loro stanno molto comodi sulle poltrone conquistate. Il loro operato futuro aprirà quindi vasti campi di battaglia…

Il Piemonte come specchio – La vittoria in Piemonte è quella che più riesce a restituire il senso e la dimensione del risultato reale della Lega. Qui sta la novità di un’affermazione che in passato era, seppur significativa, mantenutasi entro certi livelli, non arrivando a sfondare in una regioe ancora molto segnata da un’eredità democristiana e dal suo conservatorismo moderato. I risultati parlano chiaro: le Lega vince in tutta la provincia, distaccando nettamente il blocco di centro-sinistra, arrivando a prefigurare uno scontro di poteri e d’interessi tra il centralismo torinese (sostanzialmente ancora “a sinistra”) e la voglia di de-localizzazione e federalismo delle province.
A Torino e cintura Pd e aggregati tengono ma i padani sfondano un pezzo dello storico muro di gomma, arrivando – si dice – pure ad inglobare una parte non indifferente di classe operaia. La sorpresa piemontese fa della Lega, a tutti gli effetti, “il partito del Nord”.

Future contraddizioni nel centro-destra? – La Lega, se da un lato permette la tenuta del centro-destra e scongiura la tanto temuta batosta dello stesso premier (che ora tira un respiro di sollievo), dall’altra metterà in difficoltà i suoi stessi alleati (Bossi ha ora la possibilità di alzare il prezzo della sua collaborazione e non tarderà a farlo), grazie al rovesciamento quasi schiacciante dei rapporti di forza in tutto il Nord, diventando quasi sicuramente un concorrente antagonistico rispetto allo stesso Berlusconi. Premier che perde consensi e peso politico in tutto il Nord, anche nelle sua roccaforte Lombardia e il cui progetto presidenzialista è perciò ormai legato a doppia mandata al federalismo del Carroccio (per la serie: il sovrano e i feudatari).

2) Astensionismo primo partito

L’altro protagonista indiscusso di queste elezioni regionali è stato l’astensionismo, forse mai così alto in Italia, paese da sempre affezionato al voto come “dovere civico” con percentuali di affluenza che infatti sono sempre state tra le più alte anche a livello europeo. Pur non raggiungendo i livelli francesi, dove a votare è andato un francese su due, anche in Italia il partito dell’astensione diventa un attore significativo, con un calo della partecipazione al voto che si attesta intorno al 7,8% rispetto alle elezioni del 2005 e con una percentuale dei votanti che raggiunge a malapena il 64% (dunque uno su tre non si è presentato alle urne).
Un astensionismo che si può leggere come disincanto nei confronti di un’ intera classe politica, come rifiuto dello spettacolo vergognoso a cui si è assistito negli ultimi anni, con un escalation significativa negli ultimi mesi, come una disaffezione rispetto al degrado in cui si pasce ormai la politica istituzionale.
Astensionismo che però non è come in Francia una punizione della destra al potere (semmai il contrario) ma un più generale disinvestimento generale dalla Politica. Una disaffezione che non è verso le rispettive apparteneze ma verso la democrazia tout court (o post-democrazia se si preferisce), in cui le istituzioni parlamentari con sempre maggiore evidenza contano pochissimo. Dentro questa crisi, la consapevolezza diffusa e data ormai per scontata dell’incapacità, per la forma-partito, di stare al passo coi tempi, di essere portatrice di una qualunque ventata di radicalismo, di proporre percorsi realmente differenti. Di riconoscere, nominare e prefigurare il nuovo.

3) Crisi della “Sinistra”

Un exit dall’arena politica, come dicevamo, che ha probabilmente punito maggiormente il centro-sinistra, i cui elettori più scontenti hanno deciso o di non andare a votare (in Campania e in Calabria l’astensionismo di sinistra è stato molto forte) o di dare la preferenza ad un partito-movimento come quello di Grillo. Grillini che hanno fatto infatti l’exploit in zone tradizionalmente rosse, come Emilia (con il 7% delle preferenze e parallelamente un calo considerevole del PD) o come nella Val di Susa, dove si sono avuti picchi del 30% e dove è stata l’opposizione al TAV, vista come più coerente rispetto alle forze della sinistra radicale (che pur di fatto dichiarandosi da sempre a fianco del movimento no tav, sostenevano di fatto la Bresso), a fare la differenza.
Se il PD ha sostanzialmente tenuto a livello nazionale, distanziandosi di neanche un punto dal PDL, si deve registrare l’ulteriore (ormai definitiva?) crisi della sinistra cosiddetta “radicale”, balbettante e confusa nel parlare ai suoi elettori, aggregato poltico tenuto assieme col fil di ferro eincapace di suscitare passioni né tantomeno di coagulare interessi. Una sinistra ridotta a significante vuoto, rappresentanza senza popolo.

Dentro questo quadro emerge, tanto più anomala nella sua solitudine, la ri-conferma di Vendola a Presidente della Puglia. Nei media e nei portali vicini alla Sinistra frantumata, l’affermazione del nuovo San Nicola di Bari viene investita (libidinalmente) dallo scomposto desiderio frustrato dei votanti delusi della Sinistra storica tutta.
Niente di tutto questo su questo sito! La vittoria di Vendola potrà incantare chi ha bisogno di nuove illusioni. Sicuramente farà sfregare le mani a tutto quel ceto politico post-rifandarolo (uscito da destra) felice di aver scampato il disastro e di potersi garantire ancora qualche anno di finanziamento pubblico e di poltrone assicurate. Dentro una débacle nazionale che non lascia intatta Sinistra Ecologia-e-Libertà, la vittoria pugliese permette ai vari Migliore, Giordano e compagnia bella di tenere il naso appena sopra la cloaca di cui fanno parte. Strana Sinistra che non sa cosa sia il lavoro e la sua composizione; un’Ecologia che si dimentica (come mai?) di nominare il Tav; una Libertà identificata con la comoda dismissione di ogni patrimonio cresicuto dentro e per le lotte.

Meglio allora rallegrarsi (non identificarsi!) per la vittoria dei grillini e della loro capacità di raccogliere un legittimo voto di protesta imbastendo una campagna a costo zero, partita dai social network e dai movimenti reali. Senza illusioni nè repentini innamoramenti per chi crede nella politica come ritorno alla Legge. Sapendo però che in molti di quei voti ci sono le speranze e le istanze di quanti intendono battersi (come noi e con noi) per la difesa dei beni comuni, contro la privatizzazione del Welfare e la totale mercificazione del vivente.

Sui risultati regionali, segnaliamo le seguenti interviste

Da Radio Blackout (sul voto piemontese):

Da Radio Onda d’Urto (sul voto nazionale):

Vedi anche:

Le nostre analisi  durante e pre-voto:


Dalla rassegna stampa
:

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