Questi appunti non hanno assolutamente pretese, ne’ di completezza ne’ di previsione. Si propongono invece di  cercare  e di esplorare la dove altri non guardano e di formulare alcune ipotesi  o tracce di lavoro e di approfondimento.

Quella che è balzata agli onori delle cronache in questi ultimi mesi molto probabilmente sarà una crisi lunga, dai risvolti poco prevedibili, di cui stiamo ora vedendo solo l’inizio; una crisi che provocherà profondi mutamenti su più livelli: locale, di area geopolitica, globale. Soprattutto,  i mutamenti potranno non essere univoci e di uguale intensità. Non è affatto da escludere che in alcune aree geopolitiche  ci si trovi presto o tardi di fronte a un bivio e che cambino anche molto il sociale, la società e il politico in termini di istituzioni, forme di governo e di dominio.
È una crisi economica globale che difficilmente potrà essere  governata o contenuta  anche perché si sprigiona dopo un periodo in cui i consueti   strumenti di politica economica e finanziaria adottati in passato sono stati dichiarati inutilizzabili nelle economie globalizzate, mentre sono sempre più indefiniti i confini di azione dei governi e delle banche centrali, né ci sono grandi ambiti  internazionali, riconosciuti e legittimati, destinati a decidere.
Si tratta di una crisi del sistema capitalistico che ha assunto una dimensione totale, si sa che è stata generata, che è partita dagli Stati Uniti ma ha subito assunto una portata internazionale che coinvolge  intensamente tutte le grandi aree geo-ecomoniche che si sono definite negli scorsi decenni.  Tra queste si sono sviluppati  parimenti  sia le integrazioni e gli scambi sia la contrapposizione e il conflitto. Singoli stati e singole imprese si sono mossi e hanno attivato interventi per contrastare o per conformare ciò che variava nei rapporti egemonici tra i vari blocchi e all’interno di questi ultimi.

Da tempo gli USA  hanno perso il primato egemonico a livello economico: il loro imperialismo si è fondato sempre più sulla esposizione della loro potenza militare e su un accumulazione di particolari tecnologie. Il periodo di transizione che si è aperto si dimostra fecondo di instabilità. La crisi ora in corso si è sviluppata in questo particolare contesto.
Gli Stati Uniti d’America hanno subito più fattori negativi, sicuramente  vanno ricercati aspetti economico- finanziari che li hanno indeboliti con forti tassi d’indebitamento su più livelli  ma soprattutto subiscono il contraccolpo emerso sul medio periodo della guerra e dell’ occupazione del territorio iracheno.
Non si tratta solo di una crisi finanziaria, che investe il sistema borsistico e si limita al settore delle banche del credito. Si tratta di una crisi di sistema nel suo complesso. Ed è inutile differenziare i giudizi tra finanza e impresa di produzione: da decenni si sono date importanti trasformazioni  che hanno ridefinito il sistema di accumulazione  capitalistica proprio a partire da un unificazione  tra i processi finanziari e quelli produttivi; entrambi sono diventati inscindibili e spesso difficilmente tracciabili.

Al di là delle dichiarazioni  pubbliche, volte a sminuire che effetti è l’entità della recessione, gli effetti della crisi sono ingovernabili. Difficile è anche prevedere i risultati ottenibili da interventi di politica economica messi in atto dai singoli stati, anche perché le dimensioni e i poli su cui si è dimensionata l’economia globalizzata non sono riconducibili ai confini nazionali.
Nella crisi si confrontano più punti di vista. A livello macro entra in gioco la tenuta del sistema capitalistico e la sua capacità di rigenerarsi con un nuovo salto in avanti. Non tutte le aree geo-economiche hanno però, pur essendo interdipendenti, le stesse risorse e gli stessi vincoli.
Col procedere della crisi non è detto che si affermi un’unica linea di azione comune in tutto il sistema economico globalizzato. Emergerà inoltre la volontà di affermazione di alcune macro-aree rispetto ad altre e i conseguenti conflitti costruiti da queste non convergenti necessità. Nelle singole aree i sistemi sociali sono sollecitati da una contrapposizione di interessi generati dalla stratificazione sociale. Nella crisi si determinano più sollecitazioni che possono produrre anche importanti rotture nel sistema sociale.

In particolare bisogna soffermare la nostra attenzione su come funzionano e come possono cambiare i sistemi di welfare e i sistemi politici. Che tenuta hanno e che potenza  mettono in campo.
Il sistema della democrazia politica (2) esportato dopo la seconda guerra mondiale dagli USA ai paesi occidentali al Giappone e alle aree sotto dominio americano si è evoluto vincolandosi molto alla necessità di ricercare permanentemente il consenso degli elettori. È un sistema che con molta ideologia gli americani dicono di voler esportare in altre parti del globo ma che  da tempo sta dimostrando una effettiva inadeguatezza non solo e non tanto per i costi  che impone, ma per l’inefficienza che presenta in termini di decisioni e progettualità politica, specie se confrontato a ad altri sistemi politici consolidati in altre aree geo-politiche emergenti come Cina ed India.
La fragilità del sistema politico occidentale rischia di sfociare con le sollecitazioni della crisi economica in crisi politica anche istituzionale e di sistema. Eventuali rotture sistemiche potranno accadere probabilmente nei punti più deboli o dove eventualmente sorgerà maggiore conflitto sociale.
Il cambiamento delle condizioni sociali sarà un altro grosso effetto generato dalla crisi. Si tratta di processi che sicuramente vedranno un peggioramento delle condizioni di reddito e di sussistenza di grossi strati di massa. Ma il nodo da considerare non e tanto l’impoverimento quanto capire dove e se si aprono possibilità di conflitto sociale.

Per finire, alcune ipotesi d’investigazione da lanciare nel mucchio:

  1. si può ipotizzare che i più grandi stravolgimenti riguarderanno il ceto medio? Come cambierà il suo rapporto con la politica e con il sistema sociale e istituzionale? Quali possibilità di svolta si apriranno e quali tendenze emergeranno?
  2. Anche l’ Europa come area geopolitica sarà sollecitata a tensioni e si troverà davanti alcune scelte che possono produrre anche grandi discontinuità.  Si consumerà la dissoluzione del progetto di unità europea o si accentreranno le funzioni soprannazionali definendo nuove forme istituzionali e statali soprannazionali adeguate, dal punto di vista capitalistico al superamento della crisi?
  3. Ultimo, ma non meno importante anzi fondamentale elemento da considerare è se si apriranno, come e dove, spazi di conflitto sociale riconducibili a una dimensione di classe anticapitalistica e antisitemica.

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Note:

(1) Cfr.  R. Sennett, La cultura del nuovo capitalismo, Il Mulino, 2006.
(2) Cfr. J. Agnoli, La trasformazione della democrazia, Feltrinelli, 1973; M. Tronti, Per la critica della democrazia politica , trascrizione di un intervento fatto all’università di Roma nel 2007.

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