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Il Comitato di quartere Vachiglia ha presentato ieri pomeriggio al pubblico la nuova iniziativa di aggregazione popolare dal basso, frutto di un lavoro estivo lungo e faticoso. La risposta delle mamme e dei bambini del quartiere contro chi agita spettri di sgombero su uno dei pochissimi spazi aperti e comuni della circoscrizione: il centro sociale è già un centro d’incontro popolare per quanti abitano in Vanchiglia.
L’iniziativa, programmata da mesi, vedrà la luce a partire dal prossimo martedì. Poco potranno le interpellanze ignobili e strumentali dei vari politicanti in erba della destra torinese contro uno spazio costruito e organizzato in completa autonomia e progettualità dal comitato di quartiere.

Video dell’inaugurazione della Lu.Po.

Parte 1

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Parte 2

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La mutazione antropologica della figura del sindaco

“Ogni volta che la città entra in una fase difficile si ripropone l’evocazione del ‘grande problema’ dell’ordine pubblico.Era così 15 anni fa, con Castellani, io ero in consiglio comunale.C’era Ghiglia che evocava il fantasma del ‘pericolo sociale’ e tutto ilceto politico che si buttava sopra come il cane sull’osso. Una tecnicaprofessionalmente affinata per parlar d’altro… Capro espiatorio e comodo: gli unici spazi di esperienze non omologate”.

Non usa mezze parole Marco Revelli (docente di Scienze Politicheall’Università del Piemonte Orientale e voce non-allineata) percommentare la recente campagna d’odio sull’ ‘emergenza centri sociali’giocata in sincrono da leghisti, post-fascisti e il sindaco-podestàSergio Chiamparino.

Per Revelli un aspetto interessante della vicenda è da ricercarsi nellaforma odierna della figura del sindaco, “dalla riforma del ’93,diventato collettore di tutte le scorie sociali espresse in termini dirancore, paura, aggressività, inquietudine. Sentimenti che non trovanorisposte e di cui i sindaci si fanno specchio. [...] Mutazioneantropologica di una figura non più in grado di interpretare i bisognireali della popolazione ma solo di far proprie e rilanciare leretoriche securitarie”.
E’ così che i sindaci-sceriffi si sono moltiplicati. La lista è lunga:Cofferati a Bologna, Veltroni a Roma, Zanonato a Padova e oggiChiamparino a Torino… per restare al solo centro-sinistra.

Tutto questo mentre, in una città come Torino, i “non segnalati sonotantissimi, un 30 % delle famiglie operaia sono costrette a ricorrereal prestito usuraio, alta è la morosità degli affitti nelle casepopolari, il livello dei consumi nelle periferie è crollato… tuttoquesto ci dà il quadro di una città spaventosamente impoverita”.
Come dire, una città non-raccontata, distante anni-luce dallenarrazioni (e relative “urgenze”) di un’amministrazione comunale che,incapace di fare alcunché per le condizioni materiali di saccheimportanti della popolazione, gli concede la miseria pubblicadell’essere spettatore passivo-partecipante, il “riconoscimento morale”- come dice Revelli -  di essere  “povero ma incluso”.

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N.b. – L’intervista è stata effettuata dalla trasmissione
Onde Precarie in onda ogni giovedì dalle h 14 alle h 16 sulle frequenze di Radio Blackout (105.250 fm)

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Da qualche giorno si sta assistendo ad un inedito attivismo del primo cittadino circa una questione che sembra essere diventato tutto a un tratto la priorità più impellente di chi vive in questa città.
Dopo la contestazione contro la Lega Nord di sabato 24 ottobre (padani che – ricordiamo – stavano raccogliendo firme contro un progetto di assistenza medica gratuita a migrant*) non passa giorno senza che Chiamparino non si faccia in quattro per assicurare a tutti i soggetti coinvolti sulla sua assoluta dedizione nella battaglia finale contro gli spazi occupati.

Ma chi è questo soggetto collettivo per conto del quale Chiamparino suppone di parlare?
Certamente non si tratta della maggioranza dei torinesi (soprattutto dei suoi elettori), che probabilmente hanno ben altre urgenze e problemi: arrivare a fine mese, una qualità della vita più degna di quella oggi consentita da una città assediata dai cantieri, la cassa-integrazione che tra poco finirà gettando sul lastrico centinaia se non migliaia di famiglie, centinaia di pendolari improvvisamente senza mezzi di trasporto per recarsi al lavoro…

Gli unici veri interessati a sgomberare i centri sociali e gli spazi occupati in genere sono soprattutto (se si eccettua quell’infima minoranza di reazionari convinti) le forze politiche strette intorno a Pd e Pdl, sempre più lontani dai bisogni della gente comune, in cerca di capri espiatori su cui scaricare la sacrosanta disaffezione dei più alla politica istituzionale provocata dalla crisi della rappresentanza e da una genia di mestieranti della politica intenti quasi esclusivamente alla propria riproduzione di casta. Leggi il resto di questo articolo »

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Da alcuni giorni si parla con insistenza sulle pagine della cronaca cittadina di emergenza sicurezza e sgomberi dei centri sociali torinesi. In particolare, sui giornali di oggi, sabato 30 maggio 2009, vengono riportate alcune dichiarazioni che il sindaco Chiamparino avrebbe rilasciato in occasione del “tavolo della sicurezza” di ieri mattina in municipio. Varie sono le interpretazioni fornite dai singoli giornalisti, ma in sostanza Chiamparino affermerebbe di avere richiesto lo sgombero del centro sociale Askatasuna e di alcune case occupate, e di avere inviato tale richiesta direttamente al ministro dell’interno Maroni.

Immediatamente ci è sorta spontanea una prima riflessione. Con tutti gli impegni che deve avere in agenda il sindaco di una grande città come Torino, con la crisi economica che avanza inesorabile, con le fabbriche che chiudono una dopo l’altra, con la cassa integrazione aumentata nell’ultimo anno di 5 volte, con le famiglie costrette a fare la spesa a rate, Chiamparino non ha trovato altro di meglio da fare che soddisfare i bisogni dei bulldog della destra cittadina Ghiglia e Borghezio, aprendo un tavolo sulla sicurezza in cui, in maniera indefinita, si mischia un po’ di tutto: contro-G8 dell’università, centri sociali, case occupate, radio di movimento, occupazioni dei migranti.
Evidentemente non ancora pienamente soddisfatto delle aperture concesse alla destra cittadina più gretta e retrograda, il sindaco esce dalla riunione partorendo una serie di dichiarazioni piuttosto fumose sulle case occupate e sui centri sociali. Leggiamo così che il centro sociale Askatasuna dovrebbe diventare un centro di accoglienza per anziani. Ci spiace per il nostro sindaco, che forse non è stato correttamente informato, ma è da diverso tempo che moltissimi anziani già frequentano con piacere, e senza spendere un euro, lo spazio di corso Regina Margherita 47. Forse il nostro sindaco non sa che da almeno 2 anni è attivo in Vanchiglia un comitato di quartiere che organizza decine di iniziative (feste, merende, spettacoli teatrali, di giocoleria, cene, laboratori di disegno, ecc. ecc.) rivolte alle famiglie della zona, che hanno trovato nel giardino di via Balbo uno spazio verde e tranquillo dove passare i loro pomeriggi. Dobbiamo anche sottolineare che l’idea di trasformare l’Askatasuna in un fantomatico centro per anziani era già stata avanzata diversi anni fa dal presidente della circoscrizione 7, e quindi non è nemmeno un’idea originale.
Visto che negli ultimi 2 anni il sindaco Chiamparino ci ha individuato quali mandanti, organizzatori, strumentalizzatori di tutto quanto si muove in città, ci spiace nuovamente dargli una delusione. Limitandoci agli ultimi eventi, vogliamo ricordare al sindaco che le manifestazioni contro il G8 dell’università sono state pensate e organizzate dagli studenti dell’Onda, e che tutte le decisioni sono state prese dentro le assemblee tenutesi pubblicamente all’interno dell’università. Come sempre, ovviamente, noi abbiamo appoggiato e appoggiamo le lotte che si sviluppano nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, in quartiere, in valle di Susa, ma siamo e rimaniamo un centro sociale di quartiere, che lavora soprattutto a contatto con il proprio quartiere, e che fa del protagonismo giovanile sociale e politico una sua caratteristica essenziale.
Per quanto riguarda alcuni episodi – su cui i giornali hanno ricamato,  alla ricerca dello scoop da cavalcare – e spacciati come fatti di cronaca nera, terribili e sanguinosi – per l’ulteriore gioia dei prezzolati giornalisti di Torino Cronaca – ci sentiamo di dire che si è trattato, nella sostanza, di ortaggi, immondizia, uova e letame. Nulla di più, nulla di meno. Per quanto ci riguarda, preferiamo lavorare alla costruzione di percorsi di massa e radicamento di forza sociale, non sull’estetica del gesto esemplare e individuale.

Ora, con le sue dichiarazioni, Chiamparino vorrebbe passare la palla al ministro Maroni. Siamo pronti a scommettere che Maroni gliela restituirà velocemente. In ogni caso, a 2 anni dalla fine del suo secondo mandato come sindaco di Torino, non pensiamo che Chiamparino voglia macchiare il percorso della sua folgorante carriera politica con lo sgombero di un centro sociale come il nostro, attivo da 13 anni nella nostra città, alla cui difesa siamo convinti parteciperebbero migliaia di giovani e meno giovani.

Centro sociale Askatasuna_Vanchiglia

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collageIl primo maggio del 1999 l’Italia era ufficialmente in guerra. Partecipava alla famosa guerra umanitaria della N.a.t.o, in Kossovo, preludio delle future guerre contro il terrore di recente memoria. Al governo sedeva Massimo D’Alema e tutto il futuro centro sinistra componeva lo schieramento guerrafondaio ad esclusione di Rifondazione Comunista. La nostra città espresse in più momenti una forte mobilitazione contro l’aggressione imperialista in atto e uno di questi fu durante la manifestazione del primo maggio.
Decidemmo di dire in faccia a chi sosteneva e faceva parte del governo di guerra di Vergognarsi, e lo facemmo esponendo uno striscione dinnanzi ai partiti e al sindacato. Da qui iniziarono gli scontri con i servizi d’ordine che spalleggiati dalla polizia, tentarono di confinarci al fondo del corteo senza più far rientrare lo spezzone antagonista all’interno di esso, in Via Po. Solo scontrandoci ulteriormente con le forze dell’ordine riuscimmo a entrare nel corteo e portarlo fino alla fine.


Al termine del corteo intorno alle 14.00 circa, la polizia fece irruzione al centro sociale Askatasuna, dove si stava tenendo la tradizionale grigliata con i compagni/e, famiglie del quartiere e vari partecipanti, fermando 100 persone, trattenendole fino alle 23.00 in questura, e durante l’irruzione distrussero ogni parte dei 4 piani del centro sociale, devastando, oltraggiando e pisciando su qualsiasi cosa gli capitasse a tiro, dalla libreria ai bagni e non contenti, vergarono scritte sui muri inneggianti al duce e varie forme d’insulti. Una tavola di legno che ricordava Tonino Miccichè, compagno ucciso negli ani 70, fu trafitta da un punteruolo sull’immagine di Tonino. L’accusa per tutti fu di resistenza a pubblico ufficiale e solo grazie alla presenza di una decina di compagni sul tetto e alla mobilitazione immediata di solidarietà il centro sociale non fu sgomberato. In seguito i 100 indagati fecero un esposto nel quale denunciarono le forze dell’ordine per le violenze subite e soprattutto alcuni fecero nomi e cognomi degli aguzzini che ordinarono i pestaggi mirati. Al comando sedevano l’oggi questore di Vicenza Giovanni Sarlo, e l’attuale vice capo della Polizia Nicola Izzo. Il procedimento venne archiviato e nessun appartenente alle forze dell’ordine è mai stato condannato per quella che fu una vera e propria rappresaglia, precedendo di due anni quello che avvenne a Napoli nel Global Forum del 2001 e al G8 di Genova. Mantenere la pace sociale dentro i propri confini fu l’imperativo del governo D’Alema e in quell’anno vari fatti accaddero in Italia nei confronti di chi si oppose alla guerra.
Pochi giorni dopo, l’8 maggio, una manifestazione di 5000 compagni provenienti da tutta Italia, si riprese le vie della città sfilando fino all’Askatasuna portando due furgoni carichi del materiale distrutto dalle forze dell’ordine, in modo che tutti vedessero.
Oggi a distanza di dieci anni vogliamo ricordare quel primo maggio, perché come scrivemmo sui nostri striscioni, NOI NON SCORDIAMO.
La giornata creò numerose contraddizioni nella sinistra cittadina, tra chi non accettò la logica di guerra e chi sostenne il governo anche di fronte alle nefandezze.
Armando Ceste insieme a Beppe Rosso fecero un film di quella giornata che ci aiutò nel far conoscere un fatto che altrimenti sarebbe stato taciuto, “Rosso Askatasuna – a proposito di un primo maggio in guerra”, che dimostrò e s’interrogò su cosa successe in quella giornata, non accettando di catalogarla come una giornata qualunque. Il film era dedicato a Pasquale Cavaliere che da lì a poco scomparve, oggi Armando non c’è più, ma rimane il suo lavoro, il suo modo di raccontare i fatti e la coerenza di un uomo, che attraverso la sua arte, si è sempre schierato dalla parte di chi lotta. A lui vogliamo dedicare questo primo maggio e tutti i momenti in cui ricorderemo quel 1999.

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ASSALTI FRONTALI IN CONCERTO

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Ascolta qui Enea in mp3 – un rap contro la Gelmini!

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Non possiamo esimerci dal dare anche noi un’indicazione di voto per le prossime elezioni politiche indicando la lista da votare: VOTA ASKATASUNA
E’ con umorismo che entriamo nel tema delle elezioni perchè non riusciamo a vederci altro. E non è colpa della legge elettorale o dei due schieramenti principali e nemmeno di quei partiti che “corrono da soli”. E’ la loro realtà, il loro mondo, le loro logiche a lasciarci indifferenti. E’ il sistema dei partiti che si è esprime in tutta la sua miglior forma a dare spettacolo: una casta che sgomita, che scalcia, che alza i toni o che li tiene bassi per raggiungere il proprio obiettivo di conservare inalterato lo status che tutti, dai più insignificanti, ai maggiori politici hanno ormai raggiunto. Fa sorridere, o meglio annoiare vedere come in campagna elettorale, mentre si muore di lavoro, non si arriva a fine mese, il problema della casa scoppia, i cpt si riempono, i partiti inventano strategie per piacere a qualcuno. Tornano nei mercati a volantinare, presenziano ovunque, hanno più soluzioni nel signor Wolf, e fanno promesse sulla testa dei propri figli. E’ uno spettacolo che da il peso a come la politica istituzionale sia lontana anni luce dalla vita reale di quelle persone che diventano importanti solo quando si tramutano in elettori. Un “mi consenta” piuttosto che un “si può fare” non cambia la sostanza; ma nemmeno i colori dell’arcobaleno appiccicati a un simbolo la fanno, anzi, dimostrano come il “lavoro “della politica accomuna tutti, sotto una bandiera che non ha colore.
Noi non ci lasciamo incantare dalle parole, conosciamo i fatti e abbiamo la memoria lunga per delegare il nostro futuro a qualcuno. E pensiamo che in molti lo abbiamo capito, e in molto faranno le scelte giuste per sottrarsi ad una lotteria che non fa vincere nessuno se non il gestore del banco.
Noi dal supermarket della politica stiamo fuori, non compriamo nessun prodotto, non accettiamo nessuna offerta o promozione, stiamo da un’altra parte, quella delle piazze e dei quartieri, quella dei movimenti e con chi lotta per i propri bisogni e i propri diritti, dalla parte di chi resiste ed alimenta il conflitto.

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