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Finisce 7 a 6 per l’opposizione, ma se qualcuno ha il coraggio di chiamarla vittoria, si tratta davvero di una vittoria di Pirro. Il centro-sinistra ha perso in tutte le regioni realmente indicative (e che prima governava) lasciando, seppur per un soffio di voti, anche il Piemonte. Perdita che suggella davvero la cifra della sua sconfitta. La fotografia di queste regionali ci restituiscono un’Italia in cui: l’unico ad uscire realmente vincitore è Bossi e il suo partito; un Berlusconi che sopravvive nonostante tutte le traversie; una sinistra sempre più alla deriva; un PD che pur tenendo a livello nazionale perde nelle sue roccaforti (a scapito soprattutto di Grillo); una sinistra “radicale” che continua a brancolare nel buio senza scorgere la via per uscire dal baratro; un astensionismo alto che dà la misura della disillusione degli elettori (od ex) nei confronti della classe politica.

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Cota ha vinto le elezioni regionali, confermando il successo della Lega nel nord del Paese. La lista di Beppe Grillo sfiora il 4% nella regione e in Valle di Susa tocca il 30%. Un voto caratterizzato dalla diversità e dalla sconfitta dell’antileghismo tout court, condizionato da un (non) voto (astensionista) di quasi il 40%.

Interviste a Lele Rizzo e Alberto Perino del movimento no tav

Analisi del voto in una regione in cui le istituzioni si confrontano con un movimento reale.

Nei giorni scorsi in molti anno indicato il Piemonte come laboratorio e specchio per l’analisi del voto ed oggi ,dopo la sconfitta di Bresso, non si può che continuare ad intendere il voto come tale. Le elezioni regionali qui si presentavano come vero banco di prova della Politica: una regione di centro sinistra (così come il Comune e la Provincia), un’alleanza con la Federazione della Sinistra, una con l’Udc, la novità della lista del movimento 5 stelle e uno scontro in atto con un movimento reale (No Tav).
A questo si deve aggiungere come prima della legislatura attuale il centrodestra con Ghigo governò per due mandati consecutivi. Detto questo ha vinto Cota, la faccia pulita del leghismo nostrano, e forse anche in parvenza più moderata, contando che qui conosciamo più Borghezio e Carossa dell’avvocato novarese. Ha vinto senza stravincere, ma ha decisamente vinto prendendosi tutto al di fuori di Torino che si è confermata orientata verso il centro sinistra, dove in tutte le circoscrizioni la Bresso si è affermata decisamente, evidenziando la diversità tra metropoli e territori. Ha vinto le elezioni meno partecipate della storia, ma ha messo in un angolo uno dei volti del potere storici della nostra regione. La Zarina, con un passato da ambientalista e un presente muscolare e omnicomprensivo del potere regionale, ieri sera versava lacrime. Eppure le aveva provate tutte, era riuscita a mettere insieme più pezzi di politica di quanto siano riusciti altri in giro per l’Italia, ha sfoderato sorrisi e cifre per due mesi a tutti, ma tant’è che è capitolata sotto la realtà.
Una realtà fatta da una concretezza che la Lega è riuscita ad incarnare a cospetto di una barca che affonda sempre più vistosamente. Capire quanto queste elezioni sono una vittoria della Lega o una sconfitta del Pd e di ciò che gli si era alleato è forse uno dei primi nodi da sciogliere. La campagna elettorale democratica ha puntato molto sul volto razzista della lega e sulla sua natura più propensa alla Lombardia che al Piemonte; abbiamo persino riscoperto campagne antirazziste da parte di chi gli immigrati li frequenta solo nei ristoranti etnici alla moda, ma neanche questo è servito.
Così come non è servito fare coalizione con la Federazione della sinistra, che ancora una volta non ha compreso la batosta che la sta cancellando dalle scorse elezioni. Il fare fronte contro la Lega non è servito né all’uno né all’altro. Anzi, la scelta di poco coraggio di “andare da soli” si è dimostrata una debacle che probabilmente si poteva evitare. Pensare che l’accordo elettorale poneva Rifondazione e Comunisti Italiani al di fuori del consiglio regionale anche in caso di percentuali importanti…
Se poi si aggiunge che il PD ha lasciato un vuoto politico da tempo rimpiazzato da Repubblica, che si è dimostrata unica opposizione a Berlusconi, evidentemente in Piemonte non la leggono in tanti…

E poi si è manifestato il ciclone di Grillo, quello di una lista supportata dal comico grazie ai suoi spazi, ma ignorata dai media; che ha saputo fare una campagna elettorale autofinanziata costata 13.000 euro, a dimostrazione di come la politica possa ancora essere partecipazione e chiarezza. In Valle di Susa, alcuni seggi hanno dato il 30% alla lista cinque stelle, a dimostrazione di come sia semplice capire chi votare e chi non votare, non rispetto alla richiesta di fare fronte, ma rispetto a quanto fin qui conosciuto. Ma non solo in Valle, Grillo ha raccolto voti in tutto il Piemonte che hanno portato la lista a percentuali reali ben più consistenti di quanto in molti pensavano.
Ridurre il voto alle 5 stelle a un mero voto di protesta, lascia il tempo che trova, il voto andrebbe compreso più a fondo e tradotto in una voglia di partecipazione e cambiamento che solo chi non vuole sentirla non la comprende. In Piemonte si chiama “cadrega”, la poltrona a cui i politici sono attaccati, e il movimento 5 stelle la “cadrega” non l’ha mai avuta.
Il No Tav e la Valle di Susa si sono dimostrati ancora una volta chiari punendo il centrosinistra e la Bresso in maniera decisa e favorendo Grillo come alternativa al sistema che vuole il tav. Anche la cosiddetta sinistra radicale, ha subito colpi difficilmente incassabili perché con l’accordo scellerato con la Bresso, nonostante la fiducia dei suoi esponenti in Valle e del suo consigliere regionale, ha perso credibilità ponendosi come raccoglitore di voti per la Bresso. I risultati ottenuti dai 5 stelle in Valle (con punte del 30% a Venaus) sono simili a quelli che ottennero nel 2006 Verdi e Rifondazione, premiati per l’appoggio chiaro al movimento e al contrasto chiaro al partito del tondino e del cemento, ma molta acqua è passata sotto i ponti….
Infine vi sono gli ultimi due nodi da analizzare: la Lega e l’astensionismo. Il non votare si è dimostrato qualcosa in più di una semplice disaffezione alla politica, qualcosa che diviene simile all’astensionismo europeo che rappresenta un vero e proprio rifiuto ragionato. Uno se tre la media italiana, quasi il 40% in Piemonte. (Non) voto da andare a ricercare in una buona percentuale tra chi ha deciso di far pesare le vere differenze tra reale e politica istituzionale.
Infine la Lega, fenomeno orami maturo nel Paese, che qui ha dimostrato come sia ancora visto come partito “non governativo” tout court, alternativa al partiti tradizionali. Una maschera che tiene bene il partito di Bossi, che fa della presenza e del fare politica sul territorio forse la vera forza.
Anche la proposta che fanno i lumbard assume caratteri chiari e facilmente comprensibili sia nell’elaborazione di quell’egoismo sociale di cui la società è impregnata, sia nella proposta del federalismo fiscale traducibile immediatamente in più soldi nelle tasche di chi abita i territori.
Ora siamo alla prova dei fatti, in una regione che deve affrontare il nodo del Tav vedremo come farà la Lega, attraverso Cota e il ministro Maroni, vedremo se il volere delle popolazioni locali sarà davvero al centro dell’agire politico di chi parla di popoli delle Alpi e si presenta come partito ancora non governativo contro la casta. Permetteteci di crederci poco.
Infoaut Torino

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Non possiamo esimerci dal dare anche noi un’indicazione di voto per le prossime elezioni politiche indicando la lista da votare: VOTA ASKATASUNA
E’ con umorismo che entriamo nel tema delle elezioni perchè non riusciamo a vederci altro. E non è colpa della legge elettorale o dei due schieramenti principali e nemmeno di quei partiti che “corrono da soli”. E’ la loro realtà, il loro mondo, le loro logiche a lasciarci indifferenti. E’ il sistema dei partiti che si è esprime in tutta la sua miglior forma a dare spettacolo: una casta che sgomita, che scalcia, che alza i toni o che li tiene bassi per raggiungere il proprio obiettivo di conservare inalterato lo status che tutti, dai più insignificanti, ai maggiori politici hanno ormai raggiunto. Fa sorridere, o meglio annoiare vedere come in campagna elettorale, mentre si muore di lavoro, non si arriva a fine mese, il problema della casa scoppia, i cpt si riempono, i partiti inventano strategie per piacere a qualcuno. Tornano nei mercati a volantinare, presenziano ovunque, hanno più soluzioni nel signor Wolf, e fanno promesse sulla testa dei propri figli. E’ uno spettacolo che da il peso a come la politica istituzionale sia lontana anni luce dalla vita reale di quelle persone che diventano importanti solo quando si tramutano in elettori. Un “mi consenta” piuttosto che un “si può fare” non cambia la sostanza; ma nemmeno i colori dell’arcobaleno appiccicati a un simbolo la fanno, anzi, dimostrano come il “lavoro “della politica accomuna tutti, sotto una bandiera che non ha colore.
Noi non ci lasciamo incantare dalle parole, conosciamo i fatti e abbiamo la memoria lunga per delegare il nostro futuro a qualcuno. E pensiamo che in molti lo abbiamo capito, e in molto faranno le scelte giuste per sottrarsi ad una lotteria che non fa vincere nessuno se non il gestore del banco.
Noi dal supermarket della politica stiamo fuori, non compriamo nessun prodotto, non accettiamo nessuna offerta o promozione, stiamo da un’altra parte, quella delle piazze e dei quartieri, quella dei movimenti e con chi lotta per i propri bisogni e i propri diritti, dalla parte di chi resiste ed alimenta il conflitto.

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